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Amor vincit omnia: il trionfo dell’amore sulla morte

Luigia Salomone

Luigia Salomone

Specializzata in Arte Moderna, faccio dell’arte il fulcro di ogni racconto, utilizzandola come chiave per restituire frammenti di una tradizione che rischia di diventare fuggente. Attraverso le opere ricostruisco memorie collettive ma anche narrazioni bizzarre, amo l’occulto, ciò che può essere ritenuto stravagante, l’altro, il diverso. Il mio sguardo attraversa contesti artistici diversi, con una particolare attenzione all’arte e agli artisti campani e, in particolar modo, al territorio irpino, per riscoprire e rafforzare le nostre radici culturali.

Lisabetta e Lorenzo, Paolo e Francesca nell’arte dell’Ottocento

L’amore, potente e irrefrenabile, non conosce confini né teme la morte, continuando a vivere oltre ogni ostacolo. La letteratura italiana del Trecento ci ha consegnato due tra le più intense e tormentate storie d’amore mai raccontate: quella silenziosa e disperata di Lisabetta e Lorenzo, narrata da Boccaccio, e quella travolgente e condannata di Paolo e Francesca, resa immortale da Dante.

Nel corso dell’Ottocento, questi racconti riaffiorano con forza nella pittura, trasformandosi in immagini di dolore, passione e memoria. La riscoperta dei grandi classici italiani e la sensibilità romantica verso i sentimenti estremi rendono queste vicende soggetti privilegiati per gli artisti, attratti da amori assoluti capaci di sfidare la morte stessa.

Lisabetta da Messina e Lorenzo

Lisabetta è la protagonista della novella V della quarta giornata del Decameron, raccontata da Filomena. Vive a Messina con i tre fratelli, ricchi mercanti, ed è una giovane donna non ancora sposata. Nella loro casa lavora Lorenzo, un giovane aiutante di bell’aspetto: tra lui e Lisabetta nasce un amore segreto, fatto di sguardi rubati e incontri notturni.

La scoperta è inevitabile. Uno dei fratelli si accorge della relazione e, insieme agli altri due, escogitano un piano crudele: fingendo una commissione di lavoro, conducono Lorenzo fuori città, lo uccidono e ne occultano il corpo. Tornati a casa, raccontano a Lisabetta che il giovane è stato mandato lontano per affari.

John Everett Millais ne restituisce una versione nell’opera ispirata alla poesia “Isabella, or the Pot of Basil” di John Keats, a sua volta derivata dalla novella boccaccesca. La scena raffigura l’istante in cui i fratelli intuiscono il legame tra i due giovani: a Lisabetta, sulla destra, viene offerta un’arancia divisa a metà dall’amato mentre un cane, impaurito, posa la testa sulle sue gambe, disturbato dalla violenza  del gesto di uno dei fratelli che lo scaccia, evidenziando l’animo dolce dei due innamorati in contrasto con  l’avversione dei fratelli nei confronti del loro amore, in quanto Lorenzo di ceto più basso.

Lisabetta avverte l’assenza. Chiede, attende, spera. Una notte, Lorenzo appare in sogno a Lisabetta: pallido, con le vesti strappate, le rivela la verità e le indica il luogo in cui è sepolto. Al risveglio, la giovane non dubita del sogno. Parte, trova il corpo e, non potendo dargli degna sepoltura, compie un gesto estremo e intimo: recide la testa dell’amato.

E così, nell’istante in cui la giovane ritrova il corpo senza vita del suo amore, la scena è immortalata da un’incisione di Robert Anning Bell, una delle molte realizzate per i poemi di John Keats, poeta inglese, che nella sua versione recita:



«L’Amore non muore mai, ma vive, Signore immortale:
Se l’Amore incarnato fosse mai morto,
La pallida Isabella lo baciò, e gemette piano.
Era amore; freddo, – morto davvero, ma non detronizzato.»

John Keats

“Love never dies, but lives, immortal Lord:
If Love impersonate was ever dead,
Pale Isabella kiss’d it, and low moan’d.
’Twas love; cold—dead indeed, but not dethroned.”

John Keats

Porta la testa con sé, avvolta in un panno, e la nasconde in un vaso, dove pianta del basilico, che bagna ogni giorno con le sue lacrime. Quel vaso diventa il centro della sua esistenza. Lisabetta vive solo per piangere Lorenzo.

William Holman Hunt, co-fondatore della Confraternita dei Preraffaelliti, nell’opera del 1868 offre una visione intensa di questo amore ossessivo e assoluto. Il riferimento alla morte è presente nel dettaglio del teschio che decora il vaso del rigoglioso basilico, mentre il trionfo dell’amore emerge nell’abbraccio disperato della giovane al vaso, unico appiglio a ciò che resta del loro legame.

I fratelli, avvisati dai vicini del comportamento insolito della sorella, le sottraggono la pianta e, scoperta la macabra verità, fanno sparire ogni traccia e si trasferiscono a Napoli. Lisabetta, privata dell’ultimo legame con l’amato, si lascia morire di dolore.

«La giovane, non restando di piangere e pure il suo testo addimandando, piangendo si morì: così il suo disavventurato amore ebbe termine.»

Boccaccio

Paolo e Francesca: l’amore che sfida l’eternità

Diverso, ma altrettanto potente, è il destino di Paolo e Francesca, protagonisti del Canto V dell’Inferno di Dante. Anche in questa storia, l’amore nasce in modo proibito: Francesca da Polenta, sposata a Gianciotto Malatesta, si innamora del cognato Paolo. Scoperti, vengono uccisi insieme.

È di Alexandre Cabanel l’opera del 1870 che mostra due corpi ormai privi di vita, uniti nella morte: un abbraccio destinato a durare in eterno.

Alle loro spalle, oltre la tenda, l’uomo tradito stringe ancora l’arma del delitto, una spada insanguinata, testimone silenziosa della tragedia.

Dante li incontra nel secondo cerchio dell’Inferno, tra i lussuriosi, trascinati senza pace da una bufera eterna, così come nella vita si sono fatti trasportare da un’incontrollabile passione. Le parole di Francesca sono tra le più celebri della letteratura italiana:

«Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense.»

InfernoCanto V

Qui l’amore non è rimpianto, ma forza che continua a esistere anche nella dannazione. La pena è eterna, ma condivisa: Francesca non rinnega nulla, perché l’amore, pur punito, non si è mai spento.

Su richiesta di Dante, Francesca racconta il momento fatale: i due giovani erano intenti a leggere la storia di Lancillotto e Ginevra e, quando i due protagonisti si baciano, travolti dalla stessa passione dei protagonisti, si lasciano andare in quel bacio che segnerà il loro destino. Mentre lei parla, Paolo piange in silenzio.

L’artista Jean-Auguste-Dominique Ingres, a partire dal 1814, realizza una serie di opere incentrate sull’istante prima della tragedia: Paolo bacia Francesca sulla guancia e lei, colta dall’emozione, lascia cadere il libro. Sulla destra, irrompe nella scena il marito tradito, che sta per impugnare la spada.

Dante è profondamente toccato dalle parole dei due amanti. Francesca narra la vicenda con tale sofferenza e rimpianto che lui viene sopraffatto dalle emozioni: non prova solo tristezza ma anche stupore di fronte alla potenza dell’amore che li ha condotti alla rovina e che dura anche all’inferno. Tutto questo lo travolge al punto che sviene.

Con l’opera sopra riportata del 1810, Nicola Monti riesce a restituire visivamente la scena in modo potente ed evocativo: l’artista immortala l’istante in cui Dante giace privo di sensi, sopraffatto dalle emozioni, accanto a Virgilio, la sua guida. La composizione cattura non solo la drammaticità del momento ma anche la vulnerabilità del poeta di fronte alla tragicità della storia di Paolo e Francesca.

Lisabetta e Francesca incarnano due modi diversi di amare. Lisabetta ama nella solitudine e nel silenzio, fino a consumarsi. Francesca ama nella colpa, nella passione, nella condivisione eterna. Una sceglie la morte perché non può vivere senza l’amato; l’altra accetta la dannazione pur di non rinnegare l’amore vissuto.

Eppure, entrambe affermano la stessa verità: l’amore non conosce confini, né morali né temporali. Gli artisti dell’Ottocento, reinterpretando queste storie, non fanno che amplificare tale messaggio, restituendoci Eros e Thanatos intrecciati in modo indissolubile.

Omnia vincit Amor; et nos cedamus Amori.

Virgilio, Bucoliche (Egloga X, v. 69)

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