Psicologia – Rieccoci con la nostra mini-rubrica “SorprendenteMente” , puntuali come sempre. Come promesso, riprendiamo con l’argomento della volta precedente rispetto la malattia e procediamo valutando le diverse fasi dell’iter.

I diversi pareri sui modi ed i tempi in cui informare il malato sono talora fonte di conflitto. La comunicazione della diagnosi può  verificarsi in presenza del solo paziente o anche di eventuali accompagnatori o può verificarsi che i parenti abbiano chiesto al medico di nascondere la verità.

Quasi sempre, con la riflessione ed il dialogo, il medico ed i familiari raggiungono un accordo che rispetti il diritto del paziente ad essere informato. Senza dubbio, per la maggior parte delle persone, il sostegno dei propri cari al momento della comunicazione della diagnosi è  essenziale: per alcune l’idea di avere una malattia è inaccettabile; per altre è  la risposta alle loro domande, la fine di accertamenti di vario tipo.

Alcuni, restano  increduli e chiedono subito un parere ad un altro medico, altri cercano di documentarsi autonomamente. Quest’ultimo caso può aiutare ad affrontare in termini più realistici la malattia, ma può anche accentuare la paura, il senso di isolamento e di smarrimento. Spesso il malato riesce a parlare della propria malattia solo con estranei, meno coinvolti emotivamente e quindi più capaci di ascoltarlo; altre volte rifiuta le cure o le visite mediche o può chiudersi ad ogni tentativo di dialogo.

Tali atteggiamenti mutano con il passare del tempo; gradualmente si impara ad accettare una novità così dura caratterizzata dall’incertezza sull’evoluzione della malattia, nel campo  lavorativo, sulle relazioni sociali, e degli affetti personali.

Questo momento è il punto di arrivo di un processo psicologico complesso. Alcuni, in breve tempo, prendono coscienza della malattia e l’accettano come parte integrante della propria vita, altri, invece, hanno bisogno di tempi più lunghi passando attraverso cinque momenti determinanti:

Fase del dubbio che va dalla manifestazione dei primi sintomi al momento della diagnosi.

In questa prima fase, l’ansia si aggrava con l’aumentare degli esami e delle visite. Il paziente reagisce a una situazione difficile e dolorosa da accettare attraverso meccanismi di negazione (alla comparsa dei primi sintomi), di rimozione (nei confronti del tipo di patologia), di intellettualizzazione  occupandosi della malattia quasi fosse qualcosa che non coinvolge il proprio corpo, di formazione reattiva  sostituendo con idee piacevoli il senso di angoscia provocato dalla malattia stessa.

Fase diagnostica: è uno dei momenti più difficili per il malato, per la famiglia e per il medico. La difesa più frequentemente utilizzata è la negazione, poi c’è una lenta presa di coscienza, l’ angoscia e la  speranza legata all’efficacia della terapia.

Fase terapeutica: l’ingresso in ospedale si concretizza a livello psicologico con il vissuto di aver perduto un’identità complessa, acquisendone una legata alla sola patologia in atto.(crisi della personalità).

Fase della remissione: il paziente si accorge dei miglioramenti dovuti alle terapie e acquista maggiore fiducia vivendo con maggiore ottimismo i disagi relativi alle conseguenze della terapia

Fase della ripresa della malattia: è la fase a maggior rischio di sviluppo di patologia psichica perché porta al crollo delle speranze e al ritorno al confronto con la malattia che inducono alla depressione.

..Ma c’è anche la fase di guarigione dove alcuni sconfiggono definitivamente la malattia e  possono ricominciare da capo la vita che gli è stata concessa per la seconda volta.

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