Brotti , l’arte di restare interi restando rotti
Di e con Manuela Zero regia di Davide Santi, tra teatro-canzone e filosofia della crepa
Di Luca De Lorenzo
Piccolo Bellini, Napoli — 27 settembre 2026
C’è un momento, nel teatro che vale la pena raccontare, in cui un titolo smette di essere un’etichetta e diventa un programma estetico. Brotti crasi di brutti e rotti, e già qui si misura l’intelligenza dell’operazione è esattamente questo: non uno spettacolo che parla di imperfezione, ma uno spettacolo che si costruisce come oggetto imperfetto, e ne fa la propria ragion d’essere.
Sette storie, sette figure spezzate l’amore tossico, la solitudine, il pregiudizio, la violenza subita o agita attraversano la scena senza la protezione di un impianto scenografico che le consoli. È la scelta di regia più netta di Davide Santi, e la più rischiosa: togliere, non aggiungere. Uno spazio ridotto all’essenziale, in cui a portare il peso drammaturgico restano una voce, un corpo e tre strumenti violino, chitarra, violoncello che non accompagnano ma dialogano, entrano nella parola, a tratti la contraddicono. È una drammaturgia che rifiuta il conforto della messinscena barocca per scommettere tutto sulla tenuta dell’interprete: scelta che in altre mani sarebbe un azzardo, qui si rivela il vero centro di gravità dello spettacolo.

E la tenuta, va detto, c’è, piena. Manuela Zero attraversa il registro tragicomico la misura più difficile da governare, perché la caduta nel patetico o nella macchietta è sempre a un passo con un controllo che appartiene più al teatro di canto che alla recitazione pura: ogni maschera trovata e abbandonata senza cuciture visibili, ogni storia consegnata con un timbro diverso, come se la crepa di ciascun personaggio richiedesse una voce propria per essere raccontata. È un’attrice-cantante nel senso più antico e più esigente del termine, quello in cui la voce non illustra l’emozione ma la produce.
Il sottotitolo e tu non ridere che sei come loro è la chiave che lo spettacolo si dà da solo, e regge: perché Brotti non chiede allo spettatore compassione verso l’altro, ma riconoscimento di sé. È qui che il parallelo con il Kintsugi, l’arte giapponese di restaurare la ceramica rendendo dorate le crepe anziché nasconderle, smette di essere una suggestione buona per il programma di sala e diventa un principio drammaturgico applicato: le fratture dei sette personaggi non vengono ricomposte a spettacolo finito, restano visibili, esibite ed è proprio in quella visibilità, non nonostante essa, che lo spettacolo colloca la propria bellezza.

Se una riserva va posta, riguarda l’equilibrio tra le sette storie: alcune trovano nel breve tempo a disposizione una compiutezza quasi aforistica, altre avrebbero forse bisogno di un respiro in più per non restare abbozzo. È il prezzo, inevitabile, di una struttura a mosaico che moltiplica i punti di vista invece di approfondirne uno solo ma è un prezzo che l’impianto complessivo dello spettacolo ripaga ampiamente. Resta, alla fine, l’impressione di un lavoro che non si limita a rappresentare la fragilità: la mette in scena come forma, e in questo più che nel tema, di per sé non nuovo sta la sua vera scommessa vinta.
Lo hanno confermato, meglio di ogni analisi, le due date del 27 settembre al Piccolo Bellini di Napoli un pieno di pubblico in entrambe le repliche e, cosa più rara, un pubblico visibilmente commosso: non l’applauso di cortesia che si riserva a uno spettacolo corretto, ma quello che si concede solo a chi, in scena, ha davvero toccato qualcosa. Le crepe, quella sera, erano dorate per tutti.