Cervello “scientifico” o “letterario”? Sfatiamo un mito che limita i ragazzi
Le neuroscienze dimostrano che nessuno nasce “negato” per i numeri o per le parole. A fare la differenza sono il metodo, la fiducia e il modo in cui la scuola propone le materie.
Quante volte abbiamo sentito dire: “Io non sono portato per la matematica” oppure “la mia testa è più letteraria che scientifica”? È un ritornello che si ripete da generazioni, quasi fosse una verità incontestabile. Ma la scienza ci dice tutt’altro: il cervello umano non nasce diviso in compartimenti stagni, uno per i numeri e l’altro per le parole.
Le neuroscienze hanno ormai dimostrato che le funzioni cognitive – comprese quelle matematiche e linguistiche – sono il frutto del lavoro di reti di aree cerebrali che dialogano tra loro. Non esistono dunque cervelli “matematici” contrapposti a cervelli “letterari”. A spiegarlo è il professor Grégoire Borst, psicologo dello sviluppo a Parigi, che ricorda come questa credenza sia in realtà un’eredità dell’Ottocento, quando la frenologia pretendeva di individuare le attitudini osservando la forma del cranio. Una teoria oggi screditata, ma che ha lasciato in circolazione un’idea dura a morire.

Eppure, questo mito continua a influenzare la vita di tanti ragazzi. Quanti studenti si sentono dire troppo presto: “Tu non sei portato per la matematica” oppure “meglio che ti concentri sulle materie umanistiche”? Il problema è che un’etichetta di questo tipo può diventare una profezia che si autoavvera. Il bambino, convinto di non poter riuscire, si scoraggia, fatica a impegnarsi e finisce davvero per restare indietro.
In realtà, le difficoltà in matematica non dipendono soltanto dal ragionamento logico. Spesso entrano in gioco la comprensione del linguaggio, la memoria, l’attenzione, e perfino il modo in cui un problema viene presentato. Pensiamo ai classici testi scolastici: a volte la barriera non è nei numeri, ma nelle parole.
Per questo i neuroscienziati insistono: non si nasce “negati” per una materia. Con il giusto supporto, tempo e fiducia, chiunque può migliorare. La chiave è credere nelle proprie possibilità e avere insegnanti capaci di trasmettere questa convinzione. Al contrario, continuare a coltivare l’idea che esistano menti “scientifiche” e menti “letterarie” rischia di alimentare ingiustizie e di escludere molti studenti, soprattutto perché la matematica viene ancora usata come una sorta di filtro per selezionare i più “meritevoli”.

Smontare questo pregiudizio non significa negare che ognuno abbia inclinazioni o passioni diverse. C’è chi ama leggere romanzi e chi si diverte con equazioni, ma queste preferenze non sono scritte nel DNA: si costruiscono, si coltivano, si cambiano nel tempo. Ed è liberatorio ricordarlo: nessuno è condannato a sentirsi “inadatto” ai numeri o alle lettere.
Forse la vera sfida è imparare a guardare al sapere in modo più aperto e meno schematico. Perché, in fondo, le scoperte più belle nascono proprio dall’incontro tra mondi diversi: la precisione della matematica che incontra la creatività delle parole, la logica che dialoga con l’immaginazione. E questa, più che una divisione, è una ricchezza da difendere.
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