Cherubini al San Carlo: Medea apre la Stagione 2025/26
L’inaugurazione della stagione 2025/2026 al Teatro di San Carlo ha consegnato al pubblico una Medea che è, al contempo, un raffinato esercizio intellettuale e un brutale scavo psicologico, sospeso tra il rigore formale di Luigi Cherubini e le inquietudini distopiche della contemporaneità. Mario Martone, attingendo alla desolazione siderale del cinema di “Lars von Trier”, ha trasposto il mito della maga della Colchide in un’Inghilterra anni venti di squisita fattura déco, dove il dramma dell’abbandono si trasfigura in una depressione cosmica capace di annichilire non solo la prole, ma l’intero ordine celeste.

In questo allestimento, dominato dalle scene di Carmine Guarino e dai costumi di Daniela Ciancio, la reggia di Creonte diventa una residenza georgiana immersa in un verde sintetico che deborda fin tra il pubblico, rompendo la quarta parete con una processione corale che trasforma il teatro in un’assemblea dolente e politica. Sondra Radvanovsky, fulcro magnetico dell’intera operazione, ha incarnato una protagonista dalla vocalità espressionista e scabra, una figura che abita il proprio vuoto interiore con una ferocia quasi animale; sebbene la sua dizione abbia talvolta risentito di una dizione perfettibile e di licenze veriste — tra risate schizofreniche e sospiri che hanno talvolta incrinato la statuaria purezza del segno cherubiniano — il suo carisma attoriale ha saputo reggere l’inevitabile confronto con l’ombra mitologica della Callas, trionfando in una performance che ha fatto della sofferenza una materia tangibile e oscura.

Sul podio, Riccardo Frizza ha governato la complessa partitura (proposta nella versione italiana con i recitativi di Lachner) con una bacchetta analitica e sapiente, sottraendo l’opera a tentazioni protoromantiche per restituirne il respiro sinfonico e autenticamente neoclassico, quasi haydniano nella sua limpida e trasparente architettura sonora. Accanto alla diva, il Giasone di Francesco Demuro ha mostrato nobiltà di fraseggio e una dizione nitida nonostante alcune asperità nel registro acuto, mentre il Creonte di Giorgi Manoshvili ha offerto una prova di solida autorevolezza bronzea.

Particolarmente incisiva la Glauce di Desirée Giove, il cui timbro liliale e l’emissione pura hanno fornito il necessario contrappunto lirico alla tempesta emotiva di Medea, così come la Neris di Anita Rachvelishvili, capace di un’emotività vibrante e di un timbro dovizioso pur in un contesto stilistico che ha diviso i puristi. Il coro guidato da Fabrizio Cassi ha abitato con efficacia gli spazi dilatati della platea, contribuendo a quel clima di rito collettivo che ha suggellato il successo di questa produzione. Tra visioni di pianeti in rotta di collisione e mari distanti che evocano un distacco amniotico, la Medea di Martone si è conclusa come un monito sull’ineluttabilità del disastro, dove il delitto privato diventa catastrofe planetaria, lasciando lo spettatore sospeso in quel vuoto che, citando lo spirito della Wolf, finisce per colmare ogni residuo desiderio di speranza.
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