DIANA DE ROSA (1602-1643):
LA PITTRICE NAPOLETANA E LA LEGGENDA SULLA SUA MORTE
“Virtuosissima depintrice […] seppe ben dipingere con maestria, che in molte occasioni, il detto Massimo si valse di colei per aggiuto delle sue moltissime opere, che in Napoli si ammirano…”[1]
[1] B. De Dominici, 1745, pp. 100

Annella de Rosa, conosciuta anche come Diana de Rosa o Annella di Massimo, dal nome del suo maestro, fu una pittrice barocca attiva a Napoli. Nipote del pittore Pacecco de Rosa (1607-1657), apprese da lui le prime tecniche di disegno, che successivamente perfezionò presso la bottega di Massimo Stanzione che, secondo quanto riportato dallo storico dell’arte Bernardo de Dominici (1683-1759), fu proprio lui a volerla come sua allieva, riconoscendone fin da subito le grandi capacità.
Durante il periodo di formazione, Annella collaborò spesso con il maestro, che si avvaleva del suo aiuto per la realizzazione di alcune opere: sulla base dei suoi bozzetti o disegni preparatori, la giovane pittrice eseguiva parti dei dipinti o talvolta interi lavori. Dopo il matrimonio con un altro pittore, anche esso allievo dello Stanzione, iniziò inoltre a collaborare anche con il marito, contribuendo alla realizzazione delle sue opere.
Con il tempo, tuttavia, Annella iniziò a sentire il bisogno di affermare una propria autonomia artistica. Stanca di lavorare per conto di altri, desiderava realizzare opere completamente sue. Fu ancora una volta Stanzione a sostenerla in questo percorso, procurandole l’incarico di dipingere due tele destinate alla chiesa della Chiesa della Pietà dei Turchini. In questa occasione realizzò due dipinti: La Nascita della Vergine e La Morte della Vergine.
Contemporanea di Artemisia Gentileschi, meno nota, nell’ambiente napoletano era sicuramente apprezzata per il suo talento, come attestano anche le parole dello storico dell’arte Bernardo de Dominici (1683-1759) che ricordano delle straordinarie capacità della pittrice nelle sue Vite degli artisti napoletani.
Il suo talento le valse inoltre l’ammirazione di grandi maestri come Francesco Solimena e Luca Giordano, che ne lodavano le qualità artistiche, riconoscendo come fosse capace, con la sua arte, di dare prestigio alla propria patria.
Il suo ruolo nella mostra “Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento”
Fino al 22 marzo 2026 le Gallerie d’Italia a Napoli ospitano la mostra “Donna nella Napoli spagnola. Un altro Seicento”, all’interno del polo museale di Intesa Sanpaolo. L’esposizione propone un percorso volto a riportare alla luce opere e protagoniste femminili che hanno contribuito in maniera significativa alla vita culturale della Napoli Seicentesca.
Il progetto nasce anche dall’interesse suscitato dalla mostra che tra il 2022 e il 2023 le Gallerie d’Italia hanno dedicato al soggiorno napoletano di Artemisia Gentileschi. In questa nuova esposizione lo sguardo si amplia, restituendo spazio non solo alle pittrici ma anche ad altre figure femminili della cultura dell’epoca, tra cui scrittrici e attrici, spesso rimaste ai margini della narrazione storica.

Lungo il percorso espositivo è possibile ammirare anche le opere della pittrice Diana De Rosa. Tra queste spicca Santa Cecilia e un Angelo, un dipinto realizzato con grande minuzia e caratterizzato da un’attenta resa luministica: la luce illumina delicatamente il volto della santa e valorizza i dettagli dei tessuti, conferendo alla scena una raffinata intensità.
La tela è stata concessa in prestito dal Museum of Fine Arts, Boston e, come sottolinea il curatore Giuseppe Porzio, che ha ideato la mostra insieme a Raffaella Morselli, Eve Straussman e Antonio Ernesto Denunzio, questa opera occupa un ruolo particolarmente significativo all’interno del percorso. Si tratta, infatti, della prima opera firmata da una donna napoletana, un elemento che segna una svolta non solo nella storia dell’arte, ma anche nella storia sociale della città.
Diana De Rosa non fu certamente l’unica artista attiva nella Napoli del Seicento: se ne contano più di una dozzina, molte delle quali ancora poco conosciute. La mostra rappresenta un’occasione preziosa per riscoprirle e restituire, attraverso le loro opere, una parte importante della storia culturale napoletana rimasta troppo a lungo in ombra.
La leggenda della sua vita
Ridurre una figura artistica di tale spessore alla sola vicenda della sua morte è certamente limitante. Eppure, per lungo tempo, la vita di Diana De Rosa è stata spesso raccontata attraverso il racconto drammatico della sua fine. Secondo una tradizione diffusa, infatti, la pittrice sarebbe stata uccisa dal marito, che l’avrebbe accoltellata accecato dalla gelosia.
Oltre ad essere apprezzata per il suo straordinario talento pittorico, Diana de Rosa fu quindi anche oggetto, già in vita e soprattutto dopo la morte, di insinuazioni sul suo conto. Nel 1626 sposò Agostino Beltrano, pittore e allievo di Massimo Stanzione. Lo storico dell’arte Bernardo de Dominici, pur fornendo diverse informazioni sulla pittrice, conclude il racconto della sua vita con un episodio dai toni quasi romanzeschi.
Secondo la versione riportata da De Dominici, una serva della casa, descritta come particolarmente incline al pettegolezzo, avrebbe insinuato nel marito il sospetto di una relazione tra Diana e il suo maestro Stanzione. Da quel momento Beltrano avrebbe iniziato a spiarli. Un giorno, racconta la tradizione, Diana aveva appena terminato un dipinto raffigurante la Sacra Famiglia. Il maestro, ammirato dalla qualità del disegno e dalla bellezza dei colori, avrebbe abbracciato l’allieva, lodandola apertamente e dichiarandola superiore agli altri suoi discepoli.
Quel gesto di affetto e stima, secondo il racconto, scatenò la gelosia del marito che, accecato dall’ira, compì un gesto terribile: impugnata una spada, trafisse la moglie al petto. Alla giovane pittrice, descritta come bellissima, fu data un’onorata sepoltura, mentre il marito fuggì per sottrarsi alla vendetta dei parenti.
Questa vicenda, tuttavia, è oggi considerata quasi del tutto una leggenda, una narrazione che ha a lungo accompagnato e condizionato la memoria della pittrice. Alcuni documenti d’archivio suggeriscono infatti una versione diversa: Diana de Rosa non sarebbe morta per mano del marito ma a causa di una malattia.
La figura di Diana de Rosa resta dunque quella di una delle tante artiste ancora poco conosciute della storia dell’arte napoletana: una pittrice che visse una vita breve ma che fu molto apprezzata dai suoi contemporanei per il suo talento.
La sua morte fu successivamente rielaborata anche in chiave artistica. Presso la Pinacoteca Provinciale di Potenza è conservato un dipinto a olio su tela che raffigura la morte della pittrice. L’opera, realizzata da un autore anonimo e databile all’Ottocento, è attribuibile a un allievo di Domenico Morelli. Morelli e il suo ambiente artistico erano interessati a rievocare episodi del passato, soprattutto del Cinquecento e del Seicento, trasformando racconti storici o leggendari in immagini capaci di dare forma visiva a vicende immaginate ma mai realmente viste.

Biografia
- B. De Dominici, Vite de’ pittori, scultori, ed architetti napoletani non mai date alla luce da autore alcuno dedicate agli eccellentiss. signori Eletti della fedelissima città di Napoli, Tomo Terzo, stamperia del Ricciardi, 1745
- A. E. Denunzio, R. Morselli, G. Porzio, E. Straussman-Pflanzer, Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento, Torino, Allemandi, 2025
Fotografie e Sitografia
- Fondazione Zeri – Autoritratto, XVII secolo ( https://catalogo.fondazionezeri.unibo.it/scheda/opera/56087/Rosa%20Annella%20de%2C%20Autoritratto%20di%20Annella%20de%20Rosa%20%28%3F%29 )
- Intesa SanPaolo – Diana De Rosa, Santa Cecilia e un angelo, 1635-1640 circa ( https://group.intesasanpaolo.com/it/sezione-editoriale/eventi-progetti/tutti-i-progetti/cultura/2015/11/mostra-donne-nella-napoli-spagnola )
- Pinacoteca di Potenza – La Morte di Annella di Massimo, olio su tela, 62 x 48 cm, XIX secolo ( https://pinacoteca.polodellacultura-provinciapotenza.it/scopri-la-pinacoteca/permanente-concetto-valente/10 )
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