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Fantacalcio: quando il gioco diventa ossessione

Adriano Russo

Adriano Russo

Sociologo, specializzato in criminologia critica, prevenzione e sicurezza sociale. Docente, formatore e progettista in ambito sociale e nei servizi integrati, adotta un approccio umanistico e sociologico nella scrittura e nella progettazione. "Credo nella trasparenza degli animi e delle coscienze".

Il fantacalcio appare ormai come un fenomeno sociale consolidato che va oltre la passione, diventando canalizzatore degli umori quotidiani e delle rappresentazioni sociali e identitarie, anche “patologiche” e “devianti”, dei partecipanti che ne prendono parte.

L’approccio e le regole del gioco

Non si tratta soltanto di un gioco o di un semplice interesse ludico, ma di un fenomeno sociale diffuso e costante nella vita quotidiana degli sportivi italiani, appassionati di calcio e non, giovani e meno giovani.

Quello che nasce come passatempo digitale diventa esperienza sociale concreta. Il fantacalcio rappresenta l’attività preferita dagli italiani ed in certi casi, risulta essere forse addirittura più rilevante del sostenere la propria squadra del cuore, più significativo dello sport stesso.

L’attaccamento al calcio e al fantacalcio riesce ad coinvolgere le persone che assumono il ruolo di fantallenatore, figura che viene completamente assorbita durante i sette giorni in vista dell’incontro che la propria formazione virtuale dovrà affrontare nel fine settimana o nei giorni successivi.

Il fantamister ha il compito di analizzare gli schieramenti dei giocatori, gli infortuni, le probabili formazioni, lo studio della squadra avversaria e tutto ciò che in sostanza serve a portare più bonus possibili per vincere le partite e scalare la vetta della classifica del campionato.

In questo momento dell’anno, poi, fra i partecipanti al gioco, c’è molto fermento per la preparazione dell’asta di mercato (che si svolge in presenza o da remoto) che riguarda lo studio e la costruzione di una rosa forte e competitiva come preludio dell’inizio della stagione calcistica e fantacalcistica.

 

Sono dinamiche queste che possono riguardare la dimensione della socializzazione e dello svago o della configurazione di uno spazio simbolico di evasione dagli impegni lavorativi, familiari, ecc. Per molti dei partecipanti, però, possono già rappresentare un momento di forte intensità emotiva, ansia, esaltazione, ossessione, frustrazione e sviluppo di una dipendenza patologica.

Quando il fantacalcio invade la vita

Il grado di coinvolgimento emotivo e collettivo nei confronti del Fantacalcio è riscontrabile anche dalla scossa sociale che lo stesso innesca nelle persone nel corso del normale svolgimento delle loro interazioni quotidiane: nelle piazze, nei bar o in pizzeria, sull’autobus o in metropolitana, nelle scuole e nelle aule universitarie, nei contesti lavorativi, nelle trasmissioni sportive e non. In particolare tra i commentatori delle telecronache delle partite, il fantacalcio è sempre presente, nella sua dimensione individuale, amicale, familiare, culturale e mediatica.

Sembra quasi sempre lecito e socialmente consentito parlare di fantacalcio, in ogni contesto e con ogni interlocutore, come una sorta di distacco o di fuga dal ruolo (e di immersione in un altro ruolo, quello del fantallenatore, appunto). Il fantacalcio in sostanza condiziona, stimola e affascina di continuo l’immaginario collettivo degli individui.

Rappresentazione e devianza

Forse però esiste anche un’altra variabile significativa che va oltre la dimensione della passione, della dipendenza, dell’ossessione, a tratti maniacale, per il gioco del fantacalcio: una sorta di strategia individuale e relazionale che si manifesta nell’intenzionalità di voler prevalere sull’altro, affermando la propria competitività ed individualità, il proprio interesse utilitaristico e narcisistico, l’egocentrismo, la propria volontà di potenza (cit. F. Nietzsche).

Il fantacalcio mette in questo senso in evidenza diverse variabili legate alle ragioni che spingono le persone a mettersi in gioco più o meno seriamente.

Esse non appaiono soltanto legate alla ritualità della relazione, della passione, dell’immedesimazione, dell’aggregazione sociale, della competizione (per aggiudicarsi il premio in danaro, spesso esiguo), dell’evasione o dello sfogo sociale, ma altresì ad un gioco di ruolo strategico di rappresentazione identitaria individuale e sociale.

Tra i fantallenatori non esistono soltanto complicità, amicizia e coesione, ma anche manifestazioni di ostilità, di conflitto verbale o addirittura minacce di violenza fisica.

Ciò è riscontrabile, ad esempio, nei gruppi social e/o WhatsApp della propria lega fantacalcistica, dove ci si scontra sull’interpretazione dei regolamenti, sui meriti e sui demeriti di ciascun giocatore, sulla fortuna e sulla sfortuna, ecc.

Può accadere così che dei semplici sfottò amicali possono dare vita a sentimenti di rabbia ed insulti di vario genere; il tutto legato al crescere dell’ansia collettiva per lo scorrere delle pagelle dei propri fantacalciatori nel live finale delle partite.

Il miglior piazzamento nella classifica della propria fantalega-calcistica può, perciò, essere qualcosa capace di condizionare, in alcuni casi ed in certi spazi della vita quotidiana, la serenità e la stabilità emotiva dei fantallenatori e può generare una mutazione, anche profonda, del significato stesso che assumono le loro relazioni sociali, dentro e fuori il contesto (pseudo-ludico) del fantacalcio.

Quando le regole saltano

Nel fantacalcio c’è sempre voglia di rivalsa e di prevaricazione e la sconfitta o la vittoria della propria squadra sono elementi che possono in qualche modo fare la differenza.

Spesso infatti l’admin (amministratore/giocatore del fantacalcio) fa molta fatica a contenere episodi comportamentali che sfociano in situazioni di anomia sociale (cit. E. Durkheim); questa intesa sia come problematica interiorizzazione di norme e valori di riferimento (nel caso specifico fantacalcistici), sia come mancata autoregolamentazione tra le passioni istintive e irrazionali e le norme sociali che regolano tali passioni e che possono giungere fino al manifestarsi di atti e comportamenti devianti.

Volendo poi prendere spunto dai recenti studi di una ricerca inglese (Wilkins et al., 2021-2024), il gioco del fantacalcio sarebbe dannoso perché provocherebbe negli individui una serie di deficit funzionali cognitivi e comportamentali, stressogeni e patologici, legati appunto al disturbo dell’umore, al crescere dell’ansia, dello stress, della dipendenza, del disagio, del disorientamento e della frustrazione personale, oltre che, quindi, all’emergere di situazioni di devianza e conflittualità.

A prescindere dalla attendibilità delle varie teorie di riferimento, forse però è lecito sostenere che il generarsi ed il degenerarsi di situazioni come quelle descritte dipendono, in gran parte, da variabili quali il grado di inquietudine e di coinvolgimento cognitivo ed emotivo, dalla soggettività, dalla storicità e dall’imprevedibilità del singolo partecipante al gioco.

Riconfigurare il senso

In uno scenario come quello descritto, il fantacalcio risente sicuramente dell’influenza di una percezione collettiva di instabilità esistenziale generazionale, a tratti endemico-patologica, riscontrabile nelle pratiche abitudinarie di vita quotidiana degli individui e nei complicati e vulnerabili contesti di socializzazione di riferimento.

Per gli addetti ai lavori sarebbe forse opportuno focalizzarsi proprio sulle derive e le variabili sociali e patologiche di elementi quali la vulnerabilità e la liquidità delle relazioni sociali quotidiane, ma anche sull’interiorizzazione e sull’emulazione di modelli valoriali, culturali e mediatici, spesso malsani, legati al mondo del calcio e dei social media.

Questi, senza dubbio, incidono sui processi di apprendimento, orientamento e socializzazione degli individui e nella costruzione della loro identità e rappresentazione sociale ed individuale.

L’oggetto di studio dovrebbe forse focalizzarsi e proiettarsi verso nuovi spazi di intervento tenendo bene a mente l’influenza di tali variabili e derive nell’ottica della configurazione di un contesto di senso in grado di alleggerire gli individui e il gioco stesso del fantacalcio (e forse anche del calcio) dal peso dei processi di competizione sociali ed emulativi che ne derivano, prevenendo in questo modo ed il più possibile l’evolversi di forme di devianza e dipendenza.

In altre parole, si dovrebbe negoziare una nuova significazione tra le fila degli stessi partecipanti al gioco, declinando e moderando il fantacalcio verso lo scopo originario per il quale forse era nato; ossia favorire la sua dimensione ludica, informale, amicale, possibilmente senza arrecare danno a nessuno dei giocatori stessi e non soltanto a coloro che beneficiano della vittoria finale.

Per approfondire le citazioni e i riferimenti:

Durkheim, Le regole del metodo sociologico. Sociologia e filosofia, Einaudi, Torino,2008.

Nietzsche, Genealogia della morale. Newton Compton Editori, Roma, 2018.

Bagnasco, Barbagli, Cavalli, Corso di sociologia, Il Mulino, Bologna, 2012.

Crespi, P. Jedlowski, R. Rauty. La sociologia. Contesti storici e modelli culturali, Laterza, Bari, 2007.

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