La fiaba di questa settimana, tratta dalla raccolta intitolata Oltre la fiaba di Elena Opromolla, edita da Multimage, Associazione editoriale di attivisti della pace e della nonviolenza, affronta il tema dell’abbandono e dell’affidamento dei bambini.

C’era una volta una bella famiglia numerosa e bislacca che viveva in un borgo medievale, dove mura antiche, torri merlate e stradine solitarie erano battute da un vento impetuoso che soffiava dal Nord.

I genitori si volevano un gran bene ed i cinque figlioli, tutti maschi, giocavano lieti e spensierati in quelle viuzze, dove il tempo sembrava essersi fermato, quasi come smarrito e bloccato tra quelle mura.

I folletti delle pietre, minuscoli esserini grigi con un berretto ruggine     e le scarpine verdi, abitavano tra le fessure di quelle mura antiche e sorvegliavano il Signore del Tempo,  per non farlo fuggire, impedendo  al ritmo frenetico delle città di turbare la vita degli abitanti di quel luogo incantato.

Un triste giorno però la famiglia dovette dividersi, perché il padre fu costretto a partire per un nuovo lavoro. Nel borgo con i nonni rimase Fisimello, piccolo e bello. Il bambino, rimasto solo, pensò che i genitori l’avessero abbandonato e rimase triste a lungo.

Per questo motivo attendeva ogni domenica la sua mamma; saliva sul colle San Martino, sostenuto dai folletti volanti che gli afferravano la maglietta e lo innalzavano quanto più potevano.

Quelle piccole creature amavano molto il bambino; lo aiutavano nello studio; gli prendevano la matita, la penna o la gomma, quando le perdeva o gli cadevano sul pavimento.

La sera nel letto gli raccontavano le loro avventure tra i castagni che delimitavano il borgo.

Solo Fisimello riusciva a vedere i folletti, per cui quando il bambino parlava con loro, gli abitanti pensavano che fosse un po’ tocco.

Fisimello aveva paura del buio e non riusciva davvero a superare questo timore da solo.

Spollichino e Briciolina, un folletto o una folletta erano i suoi due preferiti che lo seguivano sempre, volandogli accanto con le loro piccole ali diafane.

Spollichino e Briciolina regalarono al bambino un bastoncino magico con cui Fisimello poteva difendersi dai mostri dei suoi pensieri e trasformare tutto ciò che toccava in cose buone. Se andava a fare la spesa, toccava con il bastoncello le scale di casa tre volte e le scale divenivano mobili, per fargli fare più presto.

Se pensava a qualcosa di brutto poi, toccava tre volte un oggetto vicino: un’inferriata, un palo, un muro, e quel pensiero molesto svaniva e lui si sentiva al sicuro.

Un giorno la sua mamma non venne e pianse tanto tanto che gli salì la febbre.

I nonni preoccupati chiamarono il dottor Passabue, ma nessuna cura valse   a ridargli la salute. Nella tasca della sua casacca, i folletti erano tristi e non sapevano davvero cosa fare. Gli salirono poi sui capelli morbidi e castani; gli solleticarono gli orecchi e gli parlarono dolcemente sottovoce, cantandogli una dolce melodia:

“FISIMELLO, BIMBO BELLO,

RITORNA CON NOI,

RITORNA CONTENTO.

CORRI SUL PRATO

CORRI A PERDIFIATO.

TUTTO IL DOLORE PASSERÀ

QUANDO LA MAMMA RITORNERÀ!”.

Fisimello intanto non si riprendeva; sembrava essere sprofondato in una melanconia infinita, allorquando la fata Memoria raggiunse subito la madre del bambino e, trasformandosi in una farfalla lilla e gialla, le ricordò i bei giorni vissuti nel borgo, di quando vivevano felici tutti insieme.

La mamma si accorse di non essere più serena, da quando non viveva insieme al suo bambino. Decise così d’improvviso di partire subito, per andare dal suo piccino; sentì nel suo cuore una voce che le diceva di far presto; sentiva che il suo Fisimello era in pericolo.

Partì così come in preda ad un forte desiderio; salì in groppa al cavallo del vento del Nord, alato e possente, che la fata Memoria le fece comparire d’incanto, là accanto. Era questo un destriero bianco e grigio sfumato, dallo sguardo fiero, dalla soffice criniera d’argento, dalle nari dilatate e fumose, per l’aria umida inspirata.

La mamma di Fisimello non esitò un istante; vi montò sopra e l’animale corse nel tempo, corse contro il tempo e in un istante fu vicino a suo figlio. Fisimello sentì le calde lacrime della madre cadere sulla sua manina, aprì gli occhi e l’abbracciò forte.

Prese infine il bastoncello e batté tre colpi contro la testata del letto, perché non voleva che la madre andasse via da lui e così fu. Vissero a lungo insieme, un pò felici e un pò scontenti, perché così è la vita, bambini miei! A proposito del bastoncello, Fisimello non ne ha più bisogno, perché è diventato forte e coraggioso, crescendo accanto alla sua mamma.

3 pensiero su “Fisimello”
  1. In questa delicata fiaba, il cuore si intreccia con la trama, danzando tra le pagine come foglie leggere portate dal vento dell’amore. Il tema dell’abbandono e dell’affidamento si trasforma in un canto dolce, dove la speranza fiorisce come un giardino segreto nell’anima dei protagonisti.

  2. La fiaba di Fisimello di Elena Opromolla ha come fulcro la nostalgia, il desiderio, la ricerca del bambino di un nuovo abbraccio da parte di sua madre, che è andata via insieme a sua padre. Ciò che rende magica questa fiaba è l’utilizzo da parte del personaggio di un espediente, un bastoncello, che gli è stato regalato da due folletti Spollichino e Briciolina. Questo particolare mi ha molto colpita in quanto con ciò il protagonista riuscirà a realizzare il suo desiderio. Questa fiaba è sorprendente anche perché la madre con l’aiuto dei due folletti tornerà da lui in groppa della fata memoria, che la esorta a ricordarsi di suo figlio e con ciò sentirà il richiamo, l’eco del figlio che fa portavoce dell’amore viscerale che intercorre tra madre e figlio. I due folletti sono angeli custodi del bambino, che lo terranno un pò con loro, per alleviare il senso di mancanza e vuoto che prova.

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