La mini-rubrica “SorprendenteMente” ritorna puntuale e, come promesso, procede completando l’argomento della volta precedente sul disturbo da gioco d’azzardo.

Avendo riportato i criteri diagnostici utilizzati dal DSM V per tale disturbo, nonché le varie comorbidità, le tipologie del giocatore ed i possibili segnali di esordio, ora ci addentreremo in altre sfaccettature.

Avendo precedentemente citato il “gioco sociale” è fondamentale dunque fare una chiara distinzione tra quest’ultimo e gioco d’azzardo patologico. A darci una mano giungono le osservazioni di  Marc G. Dikerson che vede i giocatori d’azzardo come “un unico gruppo eterogeneo che si differenzia individualmente per il grado di auto-controllo che esercita nel gioco”. Tuttavia, i fattori che entrano in ballo sono molteplici.

Vero, infatti, è che il gioco d’azzardo patologico si struttura sulla base di elementi che convogliano a livello dinamico come quelli sociali, ambientali, psicologici e biologici coinvolgendo personalità con determinate caratteristiche. I più a rischio, infatti, sembrano essere quelle caratterizzate da difficoltà del controllo degli impulsi, aspetti cognitivi dell’Io deboli, difficoltà relazionali, notevoli variazioni del tono dell’umore, ricerca del rischio, la “sensation seeking” ed il pensiero magico. Quest’ultimo merita una specifica in particolare. Si tratta, infatti, di attribuzioni illogiche a determinate cause, come se il proprio pensiero potesse agire da solo sul mondo esterno. La pratica del gioco d’azzardo potrebbe essere anche vista sotto la luce di un meccanismo difensivo di base ossessivo-compulsiva utilizzato per deviare angoscia e vissuti depressivi. Tuttavia i meccanismi difensivi che spesso si rilevano nei giocatori patologici sono l’onnipotenza, la proiezione, la scissione, il diniego e la dualità tra svalutazione ed idealizzazione.

Prima che si strutturi un disturbo, potrebbero passare anni di “gioco d’azzardo socialmente accettabile” in cui si fortifica un processo in atto. La parte importante sta proprio nell’individuare quel confine che separa il giocatore d’azzardo patologico dagli altri. Il giocatore sociale

Il giocatore patologico ha una percezione distorta della realtà in quanto è contaminata dall’idea del suo “potere” di controllo della stessa. è convinto di non avere alcun problema, di poter gestire e “controllare” il suo rapporto con il gioco nonché le conseguenze dello stesso. È incapace di resistere al gioco sia riguardo l’approccio, che, soprattutto, nel terminare e non riesce a liberarsi dalla tensione che accompagna tali azioni. Ciò è soprattutto perché l’attività psichica tensiva è supportata dal convincimento di “rifarsi” dalle perdite, spesso notevolmente ingenti ed è accompagnata anche da un senso di vergogna relativo alla ferita narcisistica di essere stato battuto. Vincere del denaro non è lo scopo esaustivo del giocatore, ma, a livello inconscio, è lo sperimentarsi nel rischio di una eventuale perdita: in parole semplici, il denaro gli serve per poter giocare: è il mezzo per raggiungere lo scopo.  È cos’ che attua la cosiddetta “strategia dell’inseguimento”, ossia l’attuazione compulsiva del gioco, soprattutto se in perdita, per perseguire il momento in cui, in un’ottica onnipotente, vincendo, egli/ella avrà il controllo della fortuna, della realtà e del gioco. A tal proposito mi viene in mente il romanzo “Il giocatore” di Fëdor Dostoevskij, che è interessante ancor di più in quanto scritto da una personalità con la dipendenza dal gioco.

Tornando alle distinzioni, il giocatore sociale ha un maggiore autocontrollo ed il suo approccio al gioco è sano in quanto riguarda il desiderio sociale di trascorrere tempo con altre persone, anche per distrarsi dalla routine ed avere momenti di leggerezza. La sana competizione comporta anche il desiderio di vincere, sia esso a livello conscio che inconscio, ove il denaro ha un ‘importanza oggettiva. Il dato fondamentale è che nel giocatore sociale, il contatto con la realtà resta saldo e le previsioni e/o la fortuna restano una parte goliardica delle dinamiche relazionali, esenti da deliri di onnipotenza e/o controllo del destino.

Giocare non è un male: lo si impara da bambini, ove la “realtà del gioco” non interferisce sulla realtà oggettiva lasciando inalterata l’interazione del soggetto con quest’ultima. Va bene passare il tempo e divertirsi, ma con coscienza, cogliendo gli eventuali segnali dei “campanelli d’allarme” finora citati. La dipendenza da gioco d’azzardo non è un gioco e c’è molto più del denaro da perdere in quanto compromette sia la salute psico-fisica del giocatore sia l’ambito lavorativo e professionale. Si riversa sulla sua sfera relazionale, sociale e familiare gravando sia per i problemi economici che legali conseguenti alle perdite, sia per le pretese ritorsive e le relative possibili azioni dei creditori.

In queste situazioni, è fondamentale rivolgersi a specialisti che possano aiutare la persona in difficoltà sia in ambito clinico che legale e lo stesso dicasi in merito alle vittime di usura ed estorsione che possono usufruire anche dell’operato di associazioni riconosciute a livello nazionale.

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