Pe la Mini-rubrica “SorprendenteMente” oggi parleremo di un argomento che copre buona parte della quotidianità di alcune persone : il pensiero magico. Una definizione sintetica del pensiero magico è quella che ho riportato nell’articolo precedente concernente il gioco d’azzardo “Si tratta di attribuzioni illogiche a determinate cause, come se il proprio pensiero potesse agire da solo sul mondo esterno”.
Ciò detto, addentriamoci in questo concetto e nelle modalità in cui lo si rende partecipe delle dinamiche giornaliere.
Numerose teorie hanno avuto come fulcro il pensiero magico e Freud ne ha parlato descrivendolo come un meccanismo di difesa attuato al fine di “proteggerci dal sentirci impotenti” di fronte alle circostanze quotidiane. Esso si accentua notevolmente nel momento in cui si ha la sensazione di perdita del controllo o ci si trova in situazioni che comportano ansia.
In realtà, il pensiero magico parte dagli stadi infantili e procede fino all’età adulta ove resta con sfaccettature differenti.
Rifacendoci a Piaget, nella fase pre-operativa, ossia tra i 2 e i 7 anni il bambino si attribuisce la capacità di agire sugli eventi esterni e/o modificare il loro corso con il solo utilizzo del pensiero. I bambini non considerano le peculiarità del tempo e dello spazio e tantomeno distinguono tra esseri capaci di azione intenzionale ed oggetti: il pensiero è dunque caratterizzato da “animismo”. Tale termine indica proprio il fatto che per i bambini ogni cosa (anche inanimata) possa influire sulle altre. Il pensiero magico in questa fase evolutiva funge sia da modalità difensiva di fronte a paura, ansia o disagio verso ciò che è sconosciuto, sia come modalità conoscitiva attraverso il “controllo” esercitato sul mondo circostante, sia, ancora, propiziatoria nel tentativo di far realizzare ciò che desidera. Con l’età, il pensiero magico si affievolisce, ma non sparisce e lo ritroviamo nelle credenze folcloristiche, in alcuni tipi di religione, nelle superstizioni o anche nei deliri. Ma procediamo nello specifico. Anche C. G. Jung ha parlato di pensiero magico vedendolo come una risorsa nell’età adulta. Jung specifica che il nesso causale tra gli eventi della realtà circostante a volte non può essere limitato a spiegazioni lineari, ma bensì riferito ad esperienza personale in grado di correlare determinati eventi in quanto appartenenti allo stesso archetipo. Da qui si rimanda all’idea del pensiero magico come meccanismo difensivo che permette di interpretare gli eventi dandogli un senso atto a permetterci di esercitare un controllo su di loro: tali associazioni, anche se non veritiere, risultano funzionali ad evitare l’ansia e/o la tensione causata dall’incerto. Come sostenuti da Claude Lévi-Strauss e Thomas Markle questo pensiero magico ha funzioni adattive che emergono in determinate circostanze Ogni volta che il pensiero logico non risulta rassicurante di fronte ad eventi nuovi e/o che sono fonte di timore si ricorre al pensiero magico e lo stesso vale rispetto al desiderio di realizzare qualche aspettativa. A tal proposito entra in gioco la scaramanzia ed i comportamenti propiziatori. Personalmente ricordo che all’università che frequentavo c’era un gruppo di ragazze che cantava una determinata canzone ogni volta che si doveva sostenere la parte scritta di un esame perché “portava bene” e, come questo, tantissimi sono gli esempi che invadono la nostra quotidianità tipo il mondo dello spettacolo o dello sport. In particolare, riguardo gli sportivi, degli studi effettuati hanno stabilito che addirittura l’utilizzo di riti e superstizioni sia capace di aumentare la fiducia nelle proprie capacità, comportando anche il potere illusorio di essere in grado di controllare le sfide. Anche quando non si verifica ciò per cui ci si è prodigati con i rituali, non si è disposti ad accettare il fallimento del pensiero magico e s cercano degli elementi che possano giustificare qualche 2intrusione” che non abbia preservato la “sacralità” del rito
Ricordando le parole di A. Lickerman, il pensiero magico è “credere che un evento accade come risultato di un altro senza un legame plausibile di causalità“, “credere nelle cose con più forza di quanto l’ esperienza giustifica”. Ciò ci porta a dover considerare anche altri aspetti importanti come quello della limitazione del regolare svolgimento delle attività quotidiane e l’allontanamento dalla realtà. Quando, infatti, si esagera con l’attuazione delle dinamiche su citate, si rischia di non poter discernere tra “piano reale” e “piano magico” da cui si diventerà totalmente dipendenti fino a condizionare l’intera esistenza. Ciò capita ad esempio in presenza di Disturbo Ossessivo Compulsivo di personalità ove l rituali diventano una specie di forma mentis vengono attuati sia sotto forma di pensieri che in gesti, formule rigide modalità comportamentali che vengono adottati in quanto posseggono la capacità “magica” di controllare e/o ridurre l’ansia. Anche la schizofrenia è spesso correlata al pensiero magico in quanto i soggetti sono convinti di poter controllare o creare le cose con la mente.
Dunque, gli elementi che permettono di distinguere una semplice scaramanzia da un comportamento patologico sono la durata, la complessità dei rituali nonché quanto essi condizionano l’esistenza del soggetto in questione. Ma non vediamo la cosa solo da u punto di vista negativo : alcuni ricercatori, infatti, hanno affermato che, invece, la totale “assenza di pensiero magico sarebbe psicologicamente malsana”. Da un punto di vista clinico, infatti, tale assenza sarebbe correlata all’anedonia e da un punto di vista scientifico, si perderebbero notevoli vantaggi come ad esempio quelli dovuti all’effetto placebo.
A questo punto, se vi dicessi che leggere questa rubrica “porta bene” ? A voi la scelta.

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