Il Sannazaro tra le fiamme e il dovere della memoria
C’è un’immagine che la storia del teatro italiano non può permettersi di consegnare all’oblio: è il volto di Luisa Conte che, nel 1971, decide di caricarsi sulle spalle le macerie di un Sannazaro allora fatiscente, trasformato in cinema di terza visione, per restituirlo alla sua dignità di palcoscenico. Oggi, mentre l’odore acre del fumo stagna tra le stuccature di Via Chiaia, quel sacrificio appare come un monito bruciante. L’incendio del Sannazaro non è solo un fatto di cronaca nera; è una ferita inferta a una linea di sangue culturale che lega Napoli a Bari e Venezia, una “geografia del fuoco” che vede il Petruzzelli e la Fenice come stazioni di una via crucis che l’Italia sembra condannata a percorrere ciclicamente. Il Sannazaro non è mai stato un freddo contenitore di spettacoli. E’ stato fondato nel 1874 e soprannominato il “San Carlo di Chiaia”, rappresentando il punto di sutura tra l’aristocrazia borbonica e il popolo verace.
Ma è con Luisa Conte che il teatro si fa missione civile. La “Signora del teatro napoletano” non si limitò a recitare: ella abitò quelle mura, le protesse con una testardaggine che oggi definiremmo eroica.

Riproporre il Sannazaro significava, per lei, preservare quella tradizione dell’avanspettacolo e del Café-chantant che altrove veniva guardata con snobismo e che invece costituiva l’ossatura della nostra identità nazionale. Tra quelle quinte si è distillata l’arte del nonsense, del ritmo serrato, della satira sociale che avrebbe nutrito il genio di Totò, dei fratelli Maggio e di Nino Taranto. Era il teatro come “fatto sociale totale”, per citare Mauss: un luogo dove l’operaia sedeva accanto al professionista, uniti dalla catarsi di una risata o di un pianto in lingua madre.
Il parallelismo con il Petruzzelli è inevitabile e doloroso. Come il politeama barese, il Sannazaro è stato il cuore pulsante di una città che comunica attraverso la scena. Quando il Petruzzelli bruciò nel 1991, si parlò di “morte della cultura nel Mezzogiorno”. La lunga, estenuante ricostruzione di Bari deve servire da lezione: non possiamo permettere che i tempi della burocrazia superino la resistenza della memoria.
Antonio Gramsci scriveva che «il teatro è una forma di vita morale, un’istituzione di educazione civile». Se le istituzioni restano sorde davanti al fumo che si leva dal Sannazaro, stanno ammettendo il fallimento della loro funzione educativa.
Non basta il cordoglio delle fasce tricolori; occorre un’assunzione di responsabilità che guardi alla sicurezza e alla tutela dei piccoli teatri storici come a una questione di sicurezza nazionale. Un teatro che brucia è una scuola che chiude, è una piazza che si svuota, è un’idea che smette di circolare.

Non commettiamo l’errore di considerare la tradizione del Sannazaro come pura “operazione nostalgia”. L’avanspettacolo è stato il laboratorio del moderno; è lì che la parola si è fatta corpo e che il rapporto con il pubblico si è spogliato di ogni ipocrisia. Perdere il luogo che ha custodito questa eredità significa recidere i nervi che collegano il nostro passato al nostro futuro creativo.
Il fuoco ha cercato di cancellare la “bomboniera” di Luisa Conte, ma le pietre del Sannazaro trasudano ancora le voci di chi ha creduto che Napoli non potesse esistere senza il suo specchio di velluto rosso. Jean-Louis Barrault sosteneva che «il teatro è il primo saggio che l’umanità ha fatto per cercare di capire che cosa sia la vita».
Oggi, il saggio che siamo chiamati a scrivere riguarda la nostra capacità di reazione. Lo Stato e gli enti locali hanno il dovere di agire con la stessa rapidità con cui le fiamme hanno divorato le poltrone. Perché se la Fenice è risorta dalle acque e il Petruzzelli dalle sue ceneri, il Sannazaro deve risorgere dall’indifferenza. La città di Napoli, i suoi artisti e la gente che in quel teatro ha trovato una casa, non accetteranno nulla di meno che il ritorno immediato di quel sipario.
La memoria di Luisa Conte non merita il silenzio della cenere, ma il fragore di un nuovo, necessario applauso.
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