D: Ciao Pietro! Per iniziare e per conoscerti meglio ti chiedo: Chi è Pietro Costa ?

R: Sono un individuo nato in un altro secolo, in un altro millennio con i piedi in questo. Mi è stato detto che sono poliedrico. So che sono un workaholic, ossessivo compulsive e testardo nell’approcciarmi a ciò che mi appassiona.

Ho avuto un’infanzia meravigliosamente semplice. Senza stressi esterni e tecnologici. Priva di TV, telefono e Web. Priva di viaggi (oltre al mese di colonia a Paestum) e ricca di memorie gioiose. Una vita adesso di moda, promossa dal concetto del vivere a Kilometro Zero.

D: Qual’è La Tua prima opera in assoluto?

R: La didascalia della mia prima opera è:

Pietro Costa

NASCERE – 1960 

Corpo umano, fluido embrionale, placenta.

45cmX25cmX15cm – 3.6 Kg.)

Prima edizione

La mia ultima opera sarà:

Pietro Costa

MORIRE – 20??

Ceneri di corpo umano, oro dentale, residui di contaminazione ambientale

Dimensioni variabili (7,26 Kg – 10% del peso attuale del cadavere)

D: Che studi hai fatto ?

R: Ho trascorso, dall’asilo alla laurea, vent’anni in sei istituzioni diverse in due continenti diversi (Italy e USA). Ho conseguito la Laurea presso la School of Visual Arts e il Master dal Hunter College della City University of New York.

Ho trascorso 61 anni, al di fuori delle mura accademiche, imparando tre lingue e vari mestieri che mi hanno reso capace di praticare una vita multidisciplinare e formare chi sono oggi.

D: Da dove ha preso origine la Tua vena artistica? Da dove sei partito? Da quale idea o ispirazione?

R: Dall’ombelico che mi legava a mia madre Antonia.

Dal chiedermi costantemente chi sono.

Dall’istinto di cercare la risposta al “perché sono?”.

D: Che valore ha per Te l’Italia?

R: E’ il luogo di partenza che continua ad essere una fermata frequente nel mio viaggio a spirale.

D: Che valore ha per te il Cilento? Quanto senti di appartenere alla Tua terra di origine?

R: Ho conosciuto il Cilento da adulto, non avendo mai viaggiato più di pochi chilometri dal letto dove sono nato fino a 12 anni. Il valore di esso sta crescendo velocemente con gli anni che passano e le conoscenze che raccolgo con il tempo che scorre.

Siamo composti di polvere astrale. Nel sangue scorrono i residui del primo respiro d’aria che ci ha gonfiato il seno per la prima volta. Nella mia memoria rimangono permanente le prime immagini di luce e i primi sensi dell’olfatto. Direi che il Cilento mi appartiene a livello post-primordiale.

D: Facendo riferimento ai tuoi progetti, non posso non richiamare BACAS. Quando e com’è nata BACAS? Con quale idea, con quali prospettive?

R: BACAS è il mio pagamento per quello che la vita mi ha venduto. Un ‘caffè sospeso’ per chi è rimasto nel luogo d’origine e per chi cerca di comprarsi dalla vita offerte nuove. E per chi vuole venire a conoscere un’Italia diversa.
La prospettiva di BACAS è di diventare sostenibile, indefinitamente. Per esserlo ha bisogno di persone che condividono la sua visione e valutano la sua capacità.  Più di tutto BACAS deve essere coltivata da coloro che hanno il potere politico/sociale nel territorio. Coloro che hanno un senso di responsabilità civica e immaginano un mondo diverso e non “business as usual”. Il lancio di BACAS al Castello Macchiaroli di Teggiano ha dimostrato cosa è possibile. La mission che si trova sul sito ufficiale di BACAS non sono “solo parole”, come avviene spesso nei nostri paesi. È una realtà costruita sui fatti.

Il “business as usual” ha soffocato le comunità dei piccoli borghi Italiani. Mi riferisco ai borghi del Sud spopolati dall’emigrazione, non solo quella della passato ma quella in-progress oggi, perché i giovani non hanno voce né potere. I borghi sono popolati sempre di più da potenziali sprecati invano, per ottenere il potere e lo scambio di voti e per favoritismo. C’è un motivo perché il lancio di BACAS non è avvenuto nel mio paese d’origine…ma questa è una storia per un’altro giorno.

D: In una delle tue interviste leggevo che BACAS è stato definito “il nuovo laboratorio di Michelangelo”. Che effetto ti ha dato questa affermazione ?

R: Questa affermazione non la ricordo! Se l’ho fatta io, chiedo scusa per quel momento di distrazione.
Se è stata fatta da un giornalista, mi è sfuggita, chiedo scusa per non averla corretta. Immagino che il laboratorio di Michelangelo era un luogo di un artista con degli assistenti che lo aiutavano a realizzare le sue idee.
BACAS è un seme che un artista ha interrato, e coltivato fino al germoglio. Ma il lancio di BACAS è stato realizzato con il contributo di un gruppo di persone con i loro talenti e pratiche. Il futuro di BACAS avrà bisogno di numerose persone, talenti e risorse collettive dedicate alla sua sostenibilità.
Per questo direi che il paragone con il laboratorio di Michelangelo non è giusto, anche se mi lusinga.

D: Ti chiedo chi è per Te Michelangelo Buonarroti e più ampiamente come ti poni di fronte alla Sua opera?

R: Ti chiedo di ritirare questa domanda…NO scherzo!

Le opere dei grandi maestri nel Rinascimento sono l’ apice di una pratica che aspirava alla perfezione del creare. Creare nel senso di riprodurre la realtà che li circondava con oggetti e immagini statici. Con il “man-made”. In essenza creare una natura morta per mettere in evidenza la perfezione e bellezza che già esisteva. Michelangelo è  stato uno dei grandi maestri capace di farlo con le proprie mani.
Di fronte a una sua opera le emozioni e sensazioni sono diverse, dipende dall’opera. L’opere di Michelangelo sono parte di un discorso che cominciò 50,000 anni fa (più o meno) sulle mura di una grotta, nel buio assoluto di un’utero terrestre.

La sensazione più forte che ho avuto davanti a un’opera è stata durante la visita alle Cuevas de Altamira nel 1990. È stata sublime. Molto più forte di quello che avevo sentito di fronte a un opera creata negli ultimi 600 anni. Di fronte a una semplice ‘spruzzata di sangue’ sulla roccia, ho sentito il sublime istinto umano di creare. Le immagini rupestri hanno sopravvissuto migliaia di anni per raccontarci un passato lontanissimo.

D: Come un artista del contemporaneo si pone di fronte a tutta l’arte classica in generale ?

R: Tutta l’arte è/era contemporanea quando è stata fatta. Questo termine “contemporaneo/a” non viene usato correttamente. È un cliché. Dovrebbe esserci solo l’arte del presente e l’arte del passato con le varie etichette del periodo e del genere. Con “l’arte classica in generale” vuoi dire le espressioni di arte visiva dell’Europa Christiana?
Oggi “il contemporaneo” è il prodotto di una espressione libera, informata da tutte le altre espressioni contemporanee globali. È una visione senza confini. L’arte di oggi è il prodotto di cross-contaminazioni. L’arte di oggi attraversa culture, religioni e tradizioni classiche diverse geograficamente e culturalmente. Quella “classica” è solo una particella dell’arte contemporanea della sua epoca. Che arte si faceva nel continente Africano nel ‘400 o ‘500? E in Asia? E nei “nuovi continenti”? Oggi il dialogo è tutto inclusivo.

D: Il tuo artista preferito ? O la tua corrente artistica preferita ?

R: Non esistono preferiti. Guardo e valuto tutto quello che vedo, sperando nuove scoperte.
Durante i miei 16 anni complessivi con il Guggenheim New York, la Peggy Guggenheim Venezia e il Guggenheim Bilbao, ho lavorato a fianco a molti artisti; da Mario e Marisa Merz a Richard Serra, da Enzo Cucchi a Dan Flavin, da Richard Long a Mark DiSuvero. Per fortuna la lista è stata lunga. Questi contatti diretti sono stati molto importanti.

C’è un’altra lista molto più lunga. La lista degli artisti che non ho conosciuto, ma ho avuto il privilegio di avere le loro opere tra le mie mani. Ho installato opere di Brancusi, Pollock, Picasso, Braque, Calder, Smith, Malevich, Modigliani, Dubuffet e centinaia di altri.

Ho studiato arte presso la School of Visual Arts (1978) con Keith Haring. Veniva spesso Jean Michel Basquiat a ‘taggare’ con graffiti le pareti della scuola. Ho avuto professori/artisti importanti come Robert Morris e Carolee Schneemann, David Salle, Jackie Windsor, Rosalind Krauss. Non potrei mai sceglierne dei preferiti.

D: Tornando al discorso di BACAS, ho erroneamente indicato in un articolo che la sede di BACAS fosse Palazzo Macchiaroli a Teggiano, invece l’antico  castello non è sede ma fu solo il sito del lancio di BACAS. Puoi dirci i motivi che ti hanno spinto a quella scelta ?

R: BACAS – Borghi Antichi Cultura Arti Scienze è un acronimo plurale. Il lancio accadde nel meraviglioso Castello Macchiaroli per vari motivi. Credo che Gaetano Macchiaroli, il padre di Gisella, lo ha misteriosamente voluto. Il Castello può essere una delle sedi e nel futuro, una decisione nelle mani di Gisella Macchiaroli.

Il lancio di BACAS al Castello Macchiaroli è stata una ‘serendipità’ e un momento quando l’uso del Castello si è più avvicinato al sogno di Gaetano Macchiaroli, responsabile per la visione e restauro dell’ex rudero Sanseverino.

La pluralità dell’acronimo BACAS vuol dire che aspira a programmare in tutti i siti culturali che ci ospitano. Abbiamo lanciato una collaborazione con la Fondazione Mida, intitolata Digital Bamboo, presso il Jesus (MIDA lll) ad Auletta. La pandemia purtroppo ha fermato la seconda parte del progetto consistente in un laboratorio di costruzione alla avanguardia della architettura digitale con materiali sostenibili.

Spero che nel 2022/2023 avremo l’occasione di fare degli eventi BACAS  presso la Certosa di San Lorenzo, a Padula dove ho esposto due volte – 2003 e 2007, e con altre istituzioni culturali del territorio.

D: Erroneamente nello stesso articolo scrivevo che le Tue energie al momento, sono tutte volte a  BACAS, che non vuole essere solo una residency per artisti, ma che diventi un luogo, come la New York Public Library, dove ogni artista possa fare mostre, ricerche, dibattiti, insomma un progetto che diventi permanente. Vuoi dirci anche gli altri Progetti?

R: Le mie energie al momento sono divise tra la mia pratica artistica e vari progetti socio-culturali, tra i quali anche BACAS. BACAS non vuole essere solo una residenza per le varie discipline artistiche, come Civitella Ranieri e l’American Academy a Roma, ma anche un progetto di sviluppo territoriale permanente, sia nel Vallo di Diano e Cilento che anche nella Hudson Valley di New York, dove ho il mio studio e fondazione.

BACAS sta anche coltivando nuove sinergie con le più grandi residency Americane che operano in Italia per futuri scambi con i loro borsisti. Sono molto fiero che nel 2019 BACAS ha portato a New York, presso la Casa Italiana alla New York University, Domenico “Mimmo” Lucano, ex-sindaco di Riace, per la prima volta. Lucano è stato nominato da Forbes magazine nel 2016 uno delle 50 persone più influenti nel mondo e nessuno a New York nella comunità Italiana o Italo-Americana aveva pensato di celebrare le sue idee e condividerle con la comunità Newyorkese.
Lucano è stato accolto con grande affetto da un sala strapiena di centinaia di persone. Lui per me rappresenta l’ingiustizia umana. I borghi come Riace sono stati spopolati da gente che è emigrata per cercare una migliore qualità di vita e ha svuotato innumerevoli paesi. Lo svuotamento ha causato questi paesi a perdere servizi sociali perché non hanno il minimo numero di residenti.

Lucano ha lanciato un modello di accoglienza che offre soluzioni innovative al ripopolamento di questi paesi, e invece di propagare questo modello giusto per il nostro tempo, è stato condannato. La sua idea di “accoglienza” non è un modello perfetto ma un modello da perfezionare. È un modello per una nuova realtà che bisogna coltivare verso una società più giusta ed equa. Lui doveva essere aiutato e non condannato per motivi politici e leggi ingiuste per quello che ci ha proposto. Sono convinto che capiremo meglio l’infanzia di questa Utopia che può essere.

D: Quanto ha influito su di te, sulla tua formazione, il fatto di vivere negli USA?

R: Come per gli alberi il suolo e il clima influiscono sulla loro vita e crescita, lo stesso ha fatto il trapianto negli USA per me. E come gli alberi trapiantati, ho ritenuto aspetti della mia provenienza.

D: credi che avresti potuto avere le stesse possibilità anche di fama se fossi rimasto in Italia ?

R: Chissà? Non credo. Questo è uno dei motivi per aver fondato BACAS. L’emigrazione dei giovani fuori dall’Italia continua ad essere costante. Il talento del futuro sta gocciolando fuori dallo Stivale.

D: Qual’è il tuo legame con la Tua famiglia ? E che importanza ha per Pietro la Famiglia ?

R: Ho la fortuna di avere una famiglia, a partire da mia madre 91enne, che mi sopporta e mi supporta emotivamente.

D: Credi che oggi, allo stato di fatto, i giovani artisti del Sud, della Campania, abbiano reali possibilità di affermarsi ? Se sì in che modo ?

R: Bisogna capire cosa si intende con “affermarsi”. I giovani di oggi hanno un vantaggio straordinario. Possono avere i piedi nei loro luoghi e il mondo tra le mani in un cellulare. Accesso a tutto ciò che si svolge nel mondo in diretta. Hanno anche lo svantaggio di vivere in un mondo d’arte che scommette molto sulla parte economica. L’arte è diventata un veicolo di profitto (profano) e il successo di un giovane artista ha molto a che fare con una formula complicata = chi conosci + quando puoi fare guadagnare + come riesci a promuoverti sui social + chi decide di valutarti + che accesso hai o puoi crearti con le gallerie d’arte, curatori/curatrici, musei, critici, storici, collezionisti, etc..
La fama non è sempre una meritocrazia.

Non tutti che si considerano artisti partecipano in modo profondo nella pratica e non tutti che lo fanno in modo profondo verranno riconosciuti.

D: Ti è mai capitato di avere delle richieste di lavoro, di collaborazione, di aiuto a emergere da parte di giovani artisti campani o italiani ?

R: Finora no. La pratica d’arte è un paradosso – l’artista è sempre solo quando crea ma senza essere in compagnia, la sua pratica diventa l’albero che cade nella foresta senza far sentire il rumore.

D: Credi nelle forme di collaborazione tra artisti ??

R:  Si.  È il motivo per aver fondato due no-profit – BACAS e Luquer Street Projects. Per incoraggiare e promuovere collaborazione interdisciplinare tra persone creative.

D: I tuoi attuali progetti ?

R: Sto preparando una personale in Italia per il Museo di Palazzo Pretorio, Prato, per marzo 2022. È una mostra di “ritratti” dal mio progetto BLOOD WORKS che porto avanti dal 1989. La mostra è curata da Chiara Spangaro e sarà accompagnata da una pubblicazione bilingue con il contributo di autori importanti.
Saranno esibiti “ritratti” tra i quali quelli di tre generazioni della famiglia Gori, partendo dal patriarca Giuliano, un collezionista visionario, fondatore di Fattorie di Celle, e con lo scrittore Sandro Veronesi e membri della sua famiglia, tra altri.

Sto lavorando su un Artist Book – un objet d’art. Una edizione limitata a cento copie – trenta avranno un’opera originale che contiene il mio sangue. Ci saranno anche poesie  di Nick Flynn, commissionate specificamente per il progetto e un brano musicale, composto da Gianni Veronesi (figlio di Sandro) inspirato alle mie opere.

Spero che il 2022 porti altri fruttuosi progetti.

D: Il COVID ha dato origine ad una nuova era, che suppongo in un paese come gli Stati Uniti e in una città come NY si avverta in maniera dilatata, forte, incisiva, predominante più che altrove. La tua posizione di fronte a tutto questo ?

R: Credo che la pandemia ha toccato le grandi metropoli e i piccoli paesi, più o meno nello stesso modo, relativamente. Spero che il lockdown ci abbia ispirato a vivere una vita più cosciente delle condizioni globali, soprattutto quelli del disastro ambientale e socio-economico che dobbiamo fermare.

La pandemia doveva dar via a un vero cambiamento di paradigma. Vedremo cosa sarà cambiato e cosa ritornerà com’era. Il COVID,  il 18 marzo del 2020, mi ha forzato in quarantena, una pausa dolorosa ma importante. Fortunatamente ne sono uscito sano e con la mente più chiara. La convalescenza mi ha dato la prima opportunità per fermarmi e riflettere.

Per me è cambiato molto. Mi sono trasferito fuori dalla città, dove circondato dalla natura, ho costruito un orto, ho allevato 55 galline e cominciato una nuova routine nello studio che avevo costruito anni fa, producendo nuovi lavori e nuovi progetti d’arte e  iniziative sociali.

Il lockdown è stato un imprigionamento. Privo della libertà che sottovalutavo, mi sono dedicato a contribuire all’educazione nei carceri. Ho cominciato a collaborare con Bard College – Bard Prison Initiative, un micro-collegio che offre corsi universitari nei carceri di New York. BPI offre lauree universitarie in modo che coloro che scelgono di prendersi una laurea, rientrino in società preparati a una nuova vita.

Direi che questa è una bella metafora di rinascita POST-COVID.

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