Scienze umane e sociali

La spontaneità è davvero autentica?

Adriano Russo

Adriano Russo

Sociologo, specializzato in criminologia critica, prevenzione e sicurezza sociale. Docente, formatore e progettista in ambito sociale e nei servizi integrati, adotta un approccio umanistico e sociologico nella scrittura e nella progettazione. "Credo nella trasparenza degli animi e delle coscienze".

Una riflessione sul modo in cui le categorie concettuali utilizzate dagli individui diventano convenzioni sociali fino a determinare atteggiamenti e comportamenti umani

Premessa

Viviamo immersi in un universo di categorie concettuali che, spesso inconsapevolmente, guidano i nostri giudizi e le nostre azioni quotidiane. Tra queste, il concetto di “spontaneità” occupa un posto di particolare rilievo, assumendo quasi sempre una valenza positiva nel nostro immaginario collettivo. Ma cosa accade quando iniziamo a mettere in discussione questa apparente evidenza? Quando ci interroghiamo sulle radici sociali e culturali di ciò che consideriamo “naturale” e “autentico”?

Questa riflessione si propone di esplorare come le categorie concettuali che utilizziamo quotidianamente si trasformino in convenzioni sociali così radicate da determinare i nostri atteggiamenti e comportamenti, spingendoci spesso a etichettare gli individui secondo principi dicotomici semplicistici – bene o male, vero o falso – senza considerare la loro intrinseca ambivalenza e complessità.

 

Il Mito della Spontaneità

Nel linguaggio di senso comune che cos’è la spontaneità? Essere veri, se stessi, semplici, spontanei, autentici. Queste sono soltanto alcune delle definizioni di spontaneità e hanno quasi sempre una valenza positiva per tutti gli individui definiti o che si definiscono essere tali.

Allo stesso modo, la non spontaneità ha quasi sempre un’accezione negativa: falsi, non veri, costruiti, finti, fasulli, tarocchi. Ma cos’è che definisce veramente un individuo nella sua spontaneità ed autenticità? E se in realtà questa spontaneità fosse costruita, cadrebbe forse il mito della sua illusione e risulteremmo essere tutti falsi e costruiti?

Oltre le dicotomie

Forse non è esattamente così! Basterebbe ragionare in termini diversi, soffermandosi a riflettere sul termine in questione, e provare ad andare in profondità e mettere in discussione le radici sociali e culturali di tale termine. È necessario riflettere sui significati pre-compresi nella loro universalità, su come si consolidano e si legittimano fino a radicarsi nelle coscienze degli individui.

Diventano così sacralità di linguaggi condivisi e atteggiamenti stereotipati che hanno il potere di classificare comportamenti più o meno leciti, normali o spontanei. Come osserva Pierre Bourdieu nel suo concetto di habitus, i nostri comportamenti apparentemente spontanei sono in realtà il prodotto di disposizioni durature acquisite attraverso l’esperienza sociale.

Il potere classificatorio

Connessioni e associazioni generalizzanti rimandano di frequente al termine “spontaneo” nell’etichettare persone e comportamenti. Spesso pongono tale termine quale categoria suprema di riferimento e giudizio. Ma quale significato e contenuto simbolico, nella sua estremizzazione, può assumere il termine “spontaneo” per gli individui che vi fanno continuo riferimento?

L’altruismo materno

Cosa può esserci di più spontaneo, ad esempio, del gesto di una madre che sacrifica la propria vita per quella del figlio che sta per essere investito da un’automobile che corre ad alta velocità? In questo caso “spontaneo” trova un suo sinonimo, che è quello di “altruistico”, o meglio ancora, “altruistico e naturale”, ed assume valenza puramente positiva.

Tornando a questo esempio, verrebbe da pensare che una madre che non sacrifichi spontaneamente la propria vita per quella del figlio, sarebbe agli occhi di tutti una madre cattiva, indegna. Si può essere certamente d’accordo! Erving Goffman, nei suoi studi sulla rappresentazione del sé nella vita quotidiana, ci ricorda che anche i nostri gesti più intimi sono influenzati dai ruoli sociali che abbiamo interiorizzato. Ma se invece il gesto “spontaneo” di salvare il figlio fosse stato appreso nel corso della sua esistenza? Se derivasse da un valore etico, da un imperativo morale che prescrive come naturale il sacrificio materno?

La ringhiera del balcone

Si prenda un caso totalmente diverso: la ringhiera di un balcone. Sappiamo bene che sporgersi dalla ringhiera di un balcone fa parte di un comportamento spontaneo, naturale, ma in realtà pre-compreso. Nel momento in cui mi sporgo, infatti, agisco in virtù di uno schema mentale ben preciso che mi consente di valutare in una frazione di secondo che le ringhiere dei balconi sorreggono le persone che vogliono affacciarsi a guardare un panorama evitando il pericolo di cadere nel vuoto.

L’azione abitudinaria di affacciarsi dalla ringhiera di un balcone è stata interiorizzata a tal punto da divenire un gesto naturale e spontaneo, qualcosa che faccio in modo meccanico, senza quasi rendermene conto. Questo processo richiama la fenomenologia di Edmund Husserl e la sua analisi della pre-comprensione: agiamo sulla base di conoscenze sedimentate che danno senso al mondo prima ancora che ne prendiamo coscienza. In questo caso “spontaneità” non assume valenza in chiave di giudizio di valore su persone o su comportamenti se non quella di spontaneità, di naturalità, di gesto non pensato, pur essendo in realtà un gesto pre-pensato e pre-compreso.

 

Costruzione vs. autenticità

Basterebbe a giustificare l’assegnazione al termine “non spontaneo”, oppure “costruito”, oppure “appreso”, di una valenza puramente negativa? Non credo! Una buona madre sceglie comunque di salvare suo figlio in maniera spontanea, ma forse si tratta di una spontaneità pre-compresa, costruita, manipolata, appresa in un contesto storico e culturale ben preciso. Non per questo il termine può assumere un significato ed un contenuto negativo o peggio dispregiativo.

La valenza simbolica

Quanti significati e significanti fanno riferimento nei discorsi di senso comune al termine “spontaneo” e sinonimi? Il sociologo Peter Berger ha mostrato come la realtà sociale si costruisca attraverso processi di tipificazione che trasformano le azioni individuali in modelli condivisi di comportamento. Ciò avviene in virtù di una valenza simbolica che fa della spontaneità una dote innata o appresa. Qualcosa di autentico, positivo, veritiero nel giudicare atteggiamenti e comportamenti quotidiani.

L’autenticità come responsabilità

È dunque tempo di liberarci dalla tirannia delle etichette. Nella mia esperienza, sia in aula che nell’analisi dei comportamenti devianti, ho osservato infinite volte come la pretesa di una “spontaneità” originaria diventi un’arma di giudizio, uno strumento per classificare, includere ed escludere. Si tratta di una comoda illusione che ci esonera dal compito più difficile: comprendere la complessità dell’altro.

Accostare “spontaneo” a “costruito” non significa sminuire l’agire umano, ma al contrario, riconoscerne la profondità. La madre che si getta per salvare il figlio non è un automa guidato da un istinto puro, ma l’espressione più alta di un valore appreso, interiorizzato e, infine, scelto. La sua umanità non risiede in un riflesso pavloviano, ma nella piena adesione a un imperativo morale che ha fatto suo. Forse, il suo gesto non è “autentico” perché naturale, ma perché è una scelta di civiltà.

Dobbiamo quindi rinegoziare il concetto stesso di autenticità. Non più una ricerca nostalgica di un’essenza primitiva e mai esistita, ma una consapevole assunzione di responsabilità per le maschere che indossiamo e i copioni che recitiamo. La vera autenticità, allora, non è essere se stessi in modo istintivo; è il coraggioso tentativo di diventare la persona che, attraverso l’esperienza, la cultura e la riflessione, abbiamo scelto di essere. E questa, a ben vedere, è la sfida più radicalmente umana che esista.

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