LA STORIA CON GLI OCCHI DEL CINEMA, L’IMPRECISIONE STORICA COME STRUMENTO NARRATIVO
L’immagine della storia è quella che il nostro occhio si aspetta? Questa è la domanda che dovremmo porci se i costumi scelti per gli epici protagonisti di “The Odyssey” di Christopher Nolan ci sembrano perfettamente immersi nella Grecia micenea. Non ricreare la storia ma creare un mito tanto passato quanto presente è stato infatti l’obiettivo che ha guidato le scelte stilistiche della costumista Ellen Mirojnick, per un progetto pensato per enfatizzare l’atemporalità dell’opera di Omero. Sin dai manifesti promozionali, con protagonista l’elmo -insolito ma imponente- di Agamennone, notiamo che la rappresentazione diventa essa stessa voce narrante del peso simbolico del singolo personaggio. Eppure nonostante un’Atena priva d’oro e una Penelope avvolta da colori non convenzionali sembra che venga raggiunta sullo schermo un’armonia che appare autentica, malgrado pervasa da un’estetica quasi contemporanea.
Semplice disattenzione o scelta consapevole?
In realtà l’incongruenza tra ciò che vediamo al cinema e il periodo cui fa riferimento, è evidente più spesso di quanto ci accorgiamo. Nel celeberrimo film “il gladiatore” ad esempio, i costumi non sono sempre filologicamente impeccabili: lo stesso abbigliamento del protagonista -dai toni scuri e i materiali grezzi- privilegia una funzione narrativa più che descrittiva. La scelta di discostarsi dai reperti può essere inoltre dettata, come nel caso della serie Netflix “Bridgerton”, da un’esigenza di estetica in linea con la trama romantica della serie: gli essenziali abiti della Reggenza inglese, non avrebbero potuto conferire la stessa enfasi della sgargiante palette di colori scelta dalla stessa Ellen Mirojnick.
Il peplum e il costume nel cinema del ‘900
Se è ormai evidente che ad oggi non possiamo parlare di trascuratezza culturale nel lavoro dei costumisti, un dubbio potrebbe sorgere con riguardo alle scelte del passato, data non solo la minore attenzione dello spettatore, ma anche gli strumenti limitati a disposizione delle regie del secolo scorso. Eppure la suddetta “funzione narrativa del costume” non è un’invenzione recente, ma risale all’Italia degli anni cinquanta con il genere del peplum. Produzioni come “Le fatiche di Ercole”, con le armature brillanti e le figure monumentali, hanno infatti plasmato più della storia stessa l’immagine che abbiamo del passato, influenzando l’odierna rappresentazione cinematografica del mondo classico.
Se dunque il costumista non è necessariamente vincolato alla realtà, dove può spingersi la sua creatività?
La risposta è probabilmente racchiusa nel lavoro di Eiko Ishioka per “Bram Stoker’s Dracula” di Francis Coppola, vincitrice dell’ Oscar ai migliori costumi. Se finora abbiamo parlato di anacronismo o sfasamento storico, in questo caso la designer rinunciò alla ricostruzione filologica, fondendo influenze della cultura giapponese -come i richiami alle armature dei samurai- all’alta moda, fino a includere riferimenti biblici nella ricostruzione della figura di Dracula come creatura al tempo stesso umana e demoniaca. Il risultato non è riconducibile ad una sola fonte ma costruisce un linguaggio più forte della realtà, dimostrando ancora una volta che al cinema non si cerca soltanto una lezione di storia, ma un’emozione che solo l’arte tramite la sua reinterpretazione del passato può restituirci.