La strana pace Trumpiana

Washington, 30 settembre 2025 — Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha presentato nei giorni scorsi una nuova proposta per porre fine alla Guerra nella Striscia di Gaza. La strana pace Trumpiana mira fondamentalmente a riabilitare l’immagine pubblica del magnate newyorkese.
Il controverso documento ha suscitato reazioni contrastanti nel panorama internazionale e alimentando dubbi profondi sulla sua fattibilità e legittimità. La proposta — definita “storica” dallo stesso Trump — è articolata in 20 punti che coprono cessate il fuoco immediato, rilascio degli ostaggi, disarmo di Hamas, ritiro graduale delle forze israeliane e un’amministrazione transitoria internazionale per Gaza.
Secondo il piano, se Israele e Hamas accettassero i termini, le ostilità verrebbero sospese, e in 72 ore verrebbero restituiti tutti gli ostaggi vivi o deceduti. Israele accetterebbe di liberare detenuti — circa 1.700 palestinesi arrestati dopo il 7 ottobre 2023, più 250 detenuti con ergastolo — ma solo dopo che tutte le condizioni previste siano soddisfatte.
Hamas non potrà mantenere alcun ruolo di governo nella nuova Gaza; chi deciderà di disarmarsi sarà ammesso a una “co-esistenza pacifica” e potrà ottenere amnistia o uscire in sicurezza dalla Striscia. La ricostruzione dell’area sarà finanziata da aiuti internazionali e gestita da un ente tecnico sotto la supervisione di un “Board of Peace” con Trump come presidente (o figura simbolica di controllo).
Un punto cruciale del piano è l’impegno statunitense a impedire che Israele annetti la Cisgiordania, una promessa che appare come un segnale verso i partner arabi nel Medio Oriente. Da parte israeliana, il premier Benjamin Netanyahu ha dato il suo appoggio pubblico al piano, anche se ha precisato che non accetterebbe la creazione di uno Stato palestinese miracoloso “da un giorno all’altro.
Molti leader europei, fra cui il presidente francese Macron, hanno accolto positivamente l’iniziativa come possibile punto di svolta per la fine del conflitto. Tuttavia, le opinioni del mondo arabo e quelle dei paesi vicini risultano molto più critiche. La Lega Araba ha avvertito che il piano Trump potrebbe minare il cessate il fuoco e la stabilità regionale.
Un elemento di forte criticità è che la parte palestinese — in particolare Hamas — afferma di non aver ancora ricevuto ufficialmente il testo del piano. Fra gli stessi mediatori arabi è circolata una controproposta che rifiuta lo spostamento forzato dei palestinesi, insiste sul loro diritto a rimanere e sollecita un’amministrazione tecnica di transizione rimanendo entro i termini del diritto internazionale.
Un’altra critica è che il piano non tratta in modo adeguato la questione della Cisgiordania e delle colonie israeliane, che sono elementi essenziali in qualsiasi accordo complessivo israelo-palestinese. Alcuni esperti giudicano la proposta troppo ambiziosa, contraddittoria o persino irrealistica, in particolare riguardo al disarmo di Hamas e alla governance futura di Gaza.
Il vero nodo resta la volontà di Hamas: senza il suo consenso, il piano rischia di restare solo un documento diplomatico. Trump ha imposto un ultimatum di “3‑4 giorni” per una risposta, minacciando che, in caso di rifiuto, Israele potrà continuare le operazioni militari con pieno sostegno statunitense.
Sul fronte internazionale, la Russia ha dichiarato di sperare che il piano venga attuato, interpretandolo come una possibile via per porre fine alla catastrofe umanitaria. In conclusione, il piano Trump per Gaza rappresenta un tentativo audace di ridefinire l’architettura del conflitto israelo‑palestinese.
La strana pace trumpiana è al contempo carico di promesse e contraddizioni, e la sua soluzione sarà condizionata dalla capacità di convincere le parti in guerra, ottenere l’appoggio dei paesi arabi e tradurre un testo ambizioso in fatti concreti. Il tempo, e soprattutto la risposta di Hamas, lo diranno.
Lettori di Plus Magazine, speriamo che prima o poi su questa testa si possa parlare finalmente della fine delle ostilità