L’ultimo sciamano: l’esperimento antropologico di Raz Degan
L’ultimo sciamano (The Last Shaman), film-documentario del 2015 diretto da Raz Degan, rappresenta il debutto alla regia dell’attore e modello israeliano. La pellicola, della durata di 80 minuti, è stata distribuita nel 2017 e affronta un tema molto complesso e delicato: quello della depressione e della schizofrenia e delle cure terapeutiche alternative. Si tratta di una coproduzione internazionale tra Gran Bretagna, Italia, Israele, Perù e USA, che testimonia la portata globale del progetto e l’ampiezza della ricerca antropologica condotta dal regista.
Quando la medicina tradizionale incontra i suoi limiti
Si tratta di un argomento molto dibattuto che non si limita al campo medico-psichiatrico, ma investe anche quello politico, giuridico e culturale in quanto mette in discussione i canoni tradizionali delle terapie mediche adottate in occidente. Mette in dubbio l’effetto benefico e l’efficacia stessa dei farmaci e delle terapie utilizzate, specie quelle più estreme come l’elettroshock. Non sempre queste ultime sembrano ottenere gli effetti desiderati, come nel caso del protagonista del documentario in questione.

L’Ayahuasca come terapia alternativa
Raz Degan, tra l’altro, pare abbia sperimentato sulla propria pelle gli effetti della “medicina alternativa” con l’assunzione dell’ayahuasca, potente estratto allucinogeno a base di erbe naturali. Prima di girare le riprese, il regista israeliano ha infatti compiuto un’esperienza etnografica molto significativa perché è stato per molto tempo a contatto con alcune popolazioni indigene dell’Amazzonia, ha avuto accesso ai loro riti tribali sciamanici ed ha vissuto quindi quella che in antropologia culturale viene definita come la pratica dell'”osservazione partecipante”.
Dall’Amazzonia alla ricerca: l’ayahuasca sotto i riflettori
È interessante notare che negli ultimi anni diversi studi scientifici hanno iniziato ad esplorare le potenzialità terapeutiche dell’ayahuasca e di altre sostanze psichedeliche. Ricerche condotte in ambito accademico, tra cui quelle dell’Imperial College di Londra e della Johns Hopkins University, hanno evidenziato possibili benefici nel trattamento di disturbi dell’umore e ansia, seppur in contesti clinici controllati. Tuttavia, la comunità scientifica mantiene un approccio cauto, sottolineando la necessità di ulteriori studi per comprendere appieno efficacia, sicurezza e meccanismi d’azione di queste sostanze.
James Freeman: uno studente di Harvarde l’ultima speranza
Il protagonista del documentario è un ragazzo americano di 22 anni, James Freeman, studente di Harvard, affetto da una grave forma di depressione cronica che, dopo aver provato senza successo tutte le cure mediche possibili, decide di fare un viaggio in Perù per affidarsi alla sperimentazione dello sciamanesimo, quasi come ultima spiaggia. La sua speranza è quella di alleviare un male di vivere che lo aveva spinto fino al tentativo di suicidio, e di provare a tirarsi fuori da una profonda condizione di disagio esistenziale, da uno stato catatonico di crisi di presenza.

La figura dello sciamano come guida spirituale
La ricerca della spiritualità intesa come ricerca della propria soggettività, storicità ed individualità. Nel caso di James forse anche una disintossicazione, una forma di rigetto verso un’esistenza che da tempo non sentiva più sua, forse non lo era mai stata.
La percezione intensa e angosciante del “non esserci” in una quotidianità caratterizzata dall’influenza asfissiante della famiglia, dalle ambizioni di carriera, dalle convenzioni sociali legate al consumismo e al materialismo. Erano state anche queste le cause dell’insorgenza di una pressione eccessiva, di una sovrastimolazione ingestibile e dell’acutizzarsi di una malattia degenerata in un male di essere e di vivere divenuto incolmabile e incurabile.
Rituali e visioni: la ricerca di un mondo autentico
Lo sciamanesimo, inteso come cura alternativa alla medicina tradizionale, appare in questo caso essere risolutivo o quanto meno lenitivo per l’esercizio delle pratiche rituali e simboliche legate alla dimensione della preghiera, della meditazione ed all’assunzione di piante allucinogene naturali. Tutto questo in un contesto culturale totalmente altro. L’esplorazione di un universo simbolico alternativo per giungere ad una percezione alternativa più autentica e aderente della realtà di riferimento.

Dall’abisso alla rinascita: il viaggio verso la presenza
Una terapia volta alla distorsione cognitiva considerata quasi come pratica necessaria per rivalutare un orizzonte di senso all’interno del proprio “santuario privato”. Un percorso per il ritrovamento della propria esistenza, della propria riflessività, della propria presenza nel mondo. Almeno questa è l’esperienza di James, protagonista del documentario e prima di lui del regista Raz Degan.
Un’esperienza che, al di là delle controversie che può suscitare, rappresenta un tentativo coraggioso di esplorare nuove frontiere terapeutiche quando la medicina occidentale sembra aver esaurito le sue risorse. Un viaggio che ci interroga sui limiti della scienza moderna e sulla necessità di integrare diverse forme di sapere nella comprensione del benessere umano. Continua a esplorare Plus Magazine i confini tra scienza, Arte, Politica , Salute e tanto altro.