Fotografia e arti visive

My invisible language di Ines De Leucio

Antonia Di Nardo

Antonia Di Nardo

Per me la vita è un continuo stupore, sarà la mia tendenza al surrealismo. Sarà la convinzione, come diceva Frida Kahlo, che "Il surrealismo è la magica sorpresa di trovare un leone in quell'armadio in cui si voleva prendere una camicia.

Per i lettori di PlusMagazine ho intervistato l’artista Ines De Leucio con cui abbiamo parlato del progetto My invisible language.

Conosco Ines De Leucio, l’artista nota come La strega aborigena da un po’ di anni. Ceramista raffinata e fantasiosa, creatrice di opere straordinarie, come il quadro La battaglia di Falluja, ma anche bodyartist e ideatrice di installazioni concettuali.

Il suo percorso ha all’attivo tantissime esposizioni in tutto il mondo, a partire da quella tenuta presso il Museo della gente senza storia di Altavilla Irpina, con Maiolica e pittura del 2003 quando nasce l’icona della Strega aborigena o la recentissima esposizione a Los Angeles durante la  The LA Art Show con l’opera Sensibilità violate.

 My invisible language

Nel panorama internazionale ha partecipato al Festival di Innsbruck, al Festival du Monde di Cannes, in Australia alla Glenelg Art Gift Gallery di Adelaide, al Festival Living Artists e alla Potters Gallery in Unley Road.

Entrare nel laboratorio di Ines è un’esperienza immersiva e sempre molto interessante. Stratificazioni di periodi artistici e tantissimi articoli di giornali delle mostre fatte in tutto il mondo coprono le pareti, installazioni, colore, materiali di risulta che diventano composizioni ambiziose di opere d’arte, dall’aspetto sicuro di chi esiste con spavalda personalità. L’ovvio diventa improbabile.Ines è nata in Australia, ad Adelaide, ma vive ad un crocicchio metaforico, disegnato su carta, un confine tra due province, quella irpina e quella sannita, e questa collocazione è diventata nel tempo la caratterizzazione di un personaggio o, viceversa, accentua il suo essere artista simbolo di una dicotomia, di una magica terra di mezzo.

Ines sta per tornare con un progetto ambizioso. Di che cosa si tratta?

È Il progetto Art therapy colors school, già collaudato qualche anno fa. È indirizzato ad amministrazioni, pro loco, enti promozionali, scuole e associazioni, è un laboratorio artistico in cui  si può sperimentare l’argilloterapia, ma anche living teatrali sempre con argilla o la tecnica del colore e della visualizzazione del colore.

Dal colore nasce una strada per il recupero dell’immaginazione per liberare energie creative che determinano una risposta emotiva dell’individuo che è l’opposto dell’apatia.

Questo laboratorio è un percorso che vede la manipolazione dell’argilla, la scultura, esercizi di creatività e relax come mezzi per raggiungere benessere psicofisico. Nello stesso tempo è anche commistione con altri tipi di espressione, come fotografia, installazioni di foto con corpi e argilla, che sarà utile all’intento distensivo ed artistico.

L’obiettivo è l’educazione dell’anima. Come dall’etimologia latina ex-duco, porteremo fuori sensazioni ed emozioni. Ma il senso esperienziale è doppio, anche ciò che accade fuori, il contatto con i materiali utilizzati, come l’argilla, sarà utile per riportare dentro di sé emozioni ancestrali molto vicine alla natura.

Da dove deriva questa idea di laboratorio?

Tutto parte da uno studio delle argille del territorio della media Valle del Sabato, le argille sannito irpine. Le pietre e l’argilla presenti lungo i percorsi naturalistici dei nostri territori ci parlano di un tempo molto lontano, di sedimentazioni antiche in tempi in cui in questi luoghi o lì sicuramente era tutto sommerso da paludi e addirittura da acqua salata.

Per questo il laboratorio terminerà con percorsi naturalistici. Ovviamente è trasversale a qualsiasi tipo di esigenza ma andrà modulato a seconda della fascia di età.Si stimoleranno gli iscritti alla produzione di materiale multimediale, con interviste e punti di vista soggettivi nonché con riprese foto e video.

A prescindere da questa idea progettuale, se guarda a tutta la sua produzione, come descrivereste il fulcro della sua poetica?

La mia è la poetica di chi non ha voce. Parla degli emarginati dalla società per i più vari motivi, dagli aborigeni australiani, fino alle donne di un entroterra pieno di risorse ma che le ha relegate, per millenni, ai margini tacciandole di stregoneria solo a causa dell’attitudine alla disobbedienza e per la conoscenza diretta della natura.

Dopo un po’ di anni di attività nel campo artistico credo che l’eterno ritorno del mio messaggio sia sempre il linguaggio, una scrittura segreta che non si riesce a spiegare a tutti.

Questo linguaggio indecifrabile ma tanto urgente per la mia espressività ha trovato, probabilmente, più forza successivamente alla visita al Gleneng Art Gift Gallery di Adelaide, la galleria degli aborigeni.

Sono tra i fortunati a conoscere bene la scrittura che è venuta fuori dalla sua permanenza in Australia, quando nel 2012 è tornata lì dove è nata. Parliamo di My invisible language

È un tentativo di contatto con un profondo io, una ricerca in cui mi adopero da anni, un sistema personale di simboli che ogni uomo cerca di decodificare, a suo modo, per connettersi con una coscienza cosmica, in cui siamo immersi tutti. L’arte codifica in modo egocentrico, con follia, gioia e genio. Nei miei quadri, attraverso il linguaggio di un alfabeto mio, personale, e che viene fuori quasi come scrittura automatica dell’anima, si compone un’armonia visiva ed è quella che raggiunge chi guarda l’opera. Non si cerca di decifrare la singola parola ma si gode della sola forma.

 My invisible language

 

Quali esperienze dell’ultimo suo viaggio in Australia crede abbiano più condizionato la sua recente produzione?

Con una piccola spedizione di amici ho potuto visitare gli aborigeni e sono stata ospitata da loro. Ho potuto sperimentare il loro rapporto con la natura: per loro sono, forse, più importanti la vegetazione e gli alberi degli altri esseri umani e, nei decori che caratterizzano la espressività aborigena, i corpi e le foglie sono dipinte nello stesso modo. Inoltre ho potuto constatare la genuinità dei loro legami e l’inesistenza della proprietà privata.

Nel 2012 sono stata nel deserto al concerto dell’australiano aborigeno polistrumetista Geoffrey Gurrumul Yunupingu. Un’esperienza che mi ha aperto la mente. Durante il concerto si sono levati cori di aborigeni come una preghiera, perché Gurrumul aveva appena appreso della imminente morte di sua madre malata.

Inoltre visitare il deserto cambia la percezione della natura e del mondo.

Improvvisamente il color terra bruciata, il nero, il bianco, l’ocra, l’arancione e il rosso divennero predominanti nella mia produzione. L’arancione invadeva ogni esperienza, come la visita al monolite roccioso più caratteristico d’Australia, Uluru Ayers Rock.

In Australia ho prodotto tantissimi disegni dal bianco e nero fino ai dipinti che ho terminato per l’esposizione a Glenelg.

 My invisible language

A prescindere dal personaggio della Strega Aborigena, si sente più italiana o più australiana circa la produzione artistica?

Credo che le due componenti si bilancino bene, anche se forse soprattutto nel puntinato che ho sempre praticato in modo innato come tecnica, sia in ceramica che in pittura, c’è un istinto artistico che ricorda la tecnica australiana. I temi che mi sono cari sono trasversali all’umanità, popoli che hanno subito soprusi ed ingiustizie. Dare voce a chi nella storia non ha la forza di farsi ascoltare è sempre stato un mio cruccio. Il primo incontro con il museo di Altavilla Irpina, il museo della gente senza storia, nel 2003 è stato determinate, il primo passo per capire che bisognava raccogliere con forza le tracce dei vissuti degli emarginati, oltre che degli uomini e delle donne qualsiasi del popolo.

Chi conosce Ines oggi, stenta a credere che fino ai venti anni parlasse pochissimo. Oggi è una donna con una necessità comunicativa evidente. Per i suoi colori, bionda e con questi occhi verdi particolarissimi e cangianti, sembra uscita da una favola. Il suo modo di muoversi nel mondo, anche spigoloso certe volte, ha creato un personaggio che va al di là della tela e delle installazioni che crea.

La comunicazione del mondo interiore verso il mondo esterno non è mai così semplice come sembra. La sensibilità crea a volte dei veli intricati difficili da scostare. Essere poi figlia di due culture, quella italiana e quella di italiani in Australia (che non è la cultura australiana, ma quella di genitori che hanno cercato riscatto in Australia) è un’eredità importante che ha delle responsabilità.

È questa urgenza, questo sovraccarico, che in una bambina e poi ragazzina e donna sensibile come me, ha creato la necessità di un’introspezione che, nel mio caso, è diventato linguaggio artistico.

My invisibile language può dunque definirsi un percorso artistico cresciuto con lei dalla sua traversata in transatlantico?

Effettivamente sono salpata per l’Italia, dopo essere nata ad Adelaide, a tre anni, con l’ultimo transatlantico partito da Port Adelaide. Il viaggio durò 60 giorni. C’è un episodio della mia infanzia legato a quel viaggio che oggi ha una forza metaforica. C’era una festa di Carnevale ed io, vestita da marinaretto, mi persi tra i festeggiamenti. Ho sognato, in tanti modi diversi, per anni quel momento senza che nessuno me lo avesse raccontato. Cercavo disperatamente il mio… coccodrillo.

 

Ridiamo. Il coccodrillo?

Sì mio padre aveva con sé un coccodrillo imbalsamato che vendette sulla nave. Io, come se fosse un peluche qualsiasi, dormivo con lui. Quando lo ha venduto io per cercarlo mi persi. C’è stato un periodo artistico, quando ancora non mi avevano raccontato da adulta quest’episodio, che disegnavo coccodrilli molto spesso.

Io guardo Ines, e so che non sono solo l’affetto e la stima che nutro verso di lei, conoscendola da tempo, a farmi sentire di essere di fronte a un’artista di uno spessore e completezza incredibile. In My invisible language riesce a esprimere la sua arte autentica, che dà voce senza voce, che è valida per tutti gli artisti del mondo, che nessuno sa come fa e che caratterizza l’umanità come slancio necessario. È un modo per connettersi all’Universo, di essere parte attiva del continuo processo di creazione.