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Nascere prematuri e lo sviluppo cognitivo

Giuseppe Manfra

Giuseppe Manfra

Autore di +Plus! Magazine

Una ricerca francese mostra che i bambini prematuri che hanno sperimentato il contatto pelle a pelle nei primi giorni di vita ottengono migliori risultati cognitivi a cinque anni.

Il contatto pelle a pelle tra un neonato e il suo genitore non è soltanto un gesto tenero o simbolico: è una forma di cura concreta, capace di influenzare lo sviluppo del bambino in modo profondo. Una recente ricerca francese, condotta su oltre 2.500 bambini nati prematuri, ha evidenziato che quelli che hanno sperimentato il contatto pelle a pelle nei primi sette giorni di vita, hanno ottenuto a cinque anni di età punteggi cognitivi mediamente più alti rispetto ai coetanei che non lo avevano vissuto. La differenza, pari a circa due punti di QI, potrebbe sembrare piccola, ma si traduce in un segnale importante: quel contatto precoce lascia un’impronta duratura nello sviluppo cerebrale.

Il “pelle a pelle” consiste nel posizionare il neonato, nudo o coperto solo da un piccolo telo, direttamente sul petto scoperto della madre o del padre. In questo modo, il bambino percepisce il calore corporeo, il battito del cuore e il ritmo del respiro del genitore, elementi che gli trasmettono sicurezza e stabilità. Questo semplice gesto aiuta a regolare la temperatura, la frequenza cardiaca e la respirazione del neonato, ma anche a ridurre i livelli di stress, favorendo una crescita più armoniosa. Il contatto fisico stimola inoltre la produzione di ossitocina, l’ormone che rafforza il legame affettivo e favorisce la calma sia nel bambino che nel genitore.

Fino a pochi anni fa, nei reparti di neonatologia, soprattutto in terapia intensiva, i genitori potevano restare accanto ai figli solo per brevi periodi. Oggi, invece, grazie a una maggiore sensibilità e a nuovi protocolli, molti ospedali italiani hanno introdotto la possibilità di un contatto precoce e continuativo. Anche i papà sono sempre più coinvolti, e il loro ruolo si sta rivelando fondamentale. Sentire il proprio neonato sul petto, respirare insieme, stabilire un contatto diretto nei primi giorni di vita, è un’esperienza che contribuisce a rafforzare il legame genitore-figlio e a gettare le basi per una relazione affettiva più sicura e serena.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda da tempo il contatto pelle a pelle, non solo come pratica per favorire la sopravvivenza nei Paesi a basso reddito, ma come strumento universale di salute neonatale e di sostegno alla genitorialità. Nei neonati prematuri, che affrontano un ingresso nel mondo più delicato e spesso traumatico, il beneficio è doppio: da un lato la stabilizzazione fisiologica, dall’altro uno sviluppo neurologico più equilibrato. La scienza, insomma, conferma ciò che l’istinto materno e paterno sapevano già: la vicinanza è un bisogno primario.

Prendersi un momento per accogliere il proprio bambino tra le braccia, lasciarlo riposare sul petto, sentirne il respiro e il calore, non è soltanto un atto d’amore. È una forma di nutrimento invisibile, un linguaggio silenzioso che parla direttamente al cervello del neonato e ne accompagna la crescita. Oggi sappiamo che ogni minuto passato così, pelle contro pelle, è un investimento in salute, equilibrio e fiducia.

Forse non c’è gesto più semplice e potente: un abbraccio che diventa medicina, un contatto che fa crescere, una carezza che costruisce futuro.

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