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New York Fashion Week 2026: evoluzione o indipendenza?

Chiara Tamburrino

Chiara Tamburrino

Chiara Tamburino è una studentessa di giurisprudenza, da sempre appassionata di fashion design. Scrive per creare uno spazio in cui ogni trend trovi la sua misura: cucito su chi lo indossa, oltre il bagliore dei flash. "Ti ho riservato un posto in prima fila, per guardare le tendenze prendere forma."

Non solo moda : la NYFW di ieri e di oggi, specchio della donna nella società

Come ogni anno, New York porta in scena la sua idea di donna. In occasione della Fashion Week fall/winter 2026-27, la sottrae per una settimana al ritmo frenetico della metropoli, dagli uffici specchiati al settantesimo piano di grattacieli metallici, e la trasporta in passerella: è urbana, strutturata, consapevole.

Ma se viaggiassimo indietro di 50 anni, nella New York della metà degli anni ’70, scopriremmo la rivoluzione di una donna che non potendo ancora incarnare il potere, cercava di conquistarlo.

Qual è allora il cuore del cambiamento dell’immagine femminile, in passerella e nella quotidianità? E cosa invece si è solo trasformato in estetica?

Potere sartoriale

Le narrazioni emerse in questa Fashion Week sono svariate, tradotte in estetiche differenti a ogni sfilata, tutte però accomunate da una costante riconoscibile: l’ostentazione della forza. Se la donna di Ralph Lauren veste i panni dell’eroina contemporanea – abiti-armatura, pantaloni infilati negli stivali da stagione della caccia, silhouette che evocano un immaginario epico, che rimanda a figure come Giovanna d’Arco – da TWP il potere si sposta nel paesaggio. Qui la donna non si mette in scena: lavora. In uno scenario country si veste di praticità essenzialità e guanti tecnici rubati al guardaroba maschile. Unico vezzo? Fiaschette in pelle appese al collo al posto di collier preziosi.

Tory Burch infine, traduce l’empowerment in disciplina: linee formali e una professionalità che non permette di scomporsi.

Questi tre esempi mostrano una performance del ruolo che ha la donna del nostro tempo. Ma, cinquant’anni fa, quando persino la grande mela guardava con diffidenza l’indipendenza femminile, erano necessarie armature per esprimerla?

Anni ’70: la rivoluzione sartoriale

Nella New York degli anni ’70, la scena era dominata da stilisti come Halston, che raccontava la storia di un corpo femminile libero dalle strutture costrittive. Dopo anni di rigidità, la moda diventava un nuovo modo per la donna di abitare il mondo. La sensualità fluida e le forme morbide dimostravano che la vera forza non risiedeva nell’appropriazione di simboli maschili, ma nella naturalezza di un’identità autonoma. Allo stesso tempo figure come Donna Karan, iniziavano a studiare un guardaroba per la donna lavoratrice, fondato sul pragmatismo: non era estetica era necessità.

Nuovi orizzonti

Fermarsi a osservare il passato, liberandosi dal senso di superiorità verso di esso, è un azione necessaria. Serve a ricordarci che tailleur rigidi e cravatte strette possono diventare la nuova divisa, da cui sarà altrettanto difficile liberarsi e che la forza femminile ha trovato un tempo in cui essere presa sul serio, anche in forme più rilassate. La vera evoluzione consiste nel rimanere fedeli all’interiorità, per poterla mostrare con sicurezza anche senza scudi.

E se la narrazione della donna evolve, la città che la ospita cambia con lei. New York può ancora definirsi il centro dell’innovazione? O la nuova audacia della moda ha già trovato nuove passerelle dove esprimersi? Copenaghen, Seoul e Londra stanno reinventando l’idea di femminilità secondo codici più fluidi, e la storia ci insegna che dove c’è un velo di incomprensione e diffidenza, nasce il futuro.

PER APPROFONDIMENTI MAGGIORI SULL’ARGOMENTO

New York Times – Lots of New Collections, But Lauren Steals the Show

New York Times – From Halston, a Reprise of the Tunic

ELLE – TWP Is the Fashion Label Quietly Dressing the Coolest Women

Articolo a cura di Chiara Tamburrino

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