ArteCinemaEditorialeRubriche

Pippo Baudo: la parabola del Re Mida

Luca De Lorenzo

Luca De Lorenzo

Bass/Baritone, nato a Napoli nel 1987,si è diplomato presso il Conservatorio San Pietro a Majella ed in scenografia all' ABANA. Ha debuttato come cantante in diversi ruoli in teatri italiani ed esteri, dirige Festival musicali, si occupa di scenografia e regia. Come Attore ha lavorato per il teatro e la televisione. Si occupa di divulgazione musicale in teatro e nelle scuole.

Pippo Baudo è un’epopea, una saga. Non semplicemente un volto, ma l’incarnazione di un’epoca, l’emblema di un’Italia che guardava al piccolo schermo come a un oracolo. Un siciliano di Militello, con la sua insopprimibile energia e un’intelligenza fuori dal comune, un precoce talento musicale e una laurea in legge con il massimo dei voti che non ha mai usato. Era il figlio del notabile democristiano, ma il suo vero palcoscenico non erano le aule di tribunale, bensì le piazze d’Italia e il salotto di casa di milioni di italiani.

A diciannove anni già si esibiva in teatro, a venticinque era già alla Rai. Un’ascesa irresistibile, un matrimonio durato ventisei anni, poi un’improvvisa rottura, un divorzio tumultuoso, un breve esilio e il ritorno. Nel 1986, dopo un’accesissima contesa con il presidente della Rai, se ne andò. Trovò un’accoglienza trionfale da parte di Berlusconi, un uomo con la fama di fare ponti d’oro a chi osava osare. Ma il Baudo di Canale 5 non era più “super Pippo”. Il suo carisma era appannato, la magia svanita. Così, da icona della Rai, diventò un figlio prodigo che mendica il ritorno.

Pippo Baudo

Molti dissero che aveva perduto la sua aura di invincibilità. Certo, a stare sempre al culmine si diventa antipatici. La caduta lo aveva reso più fragile, più umano. Il suo ritorno non fu un’entrata trionfale. Nessun tappeto di rose, nessuna fanfara. Doveva riconquistare un posto che sentiva suo di diritto, in un mondo che sembrava averlo dimenticato. Le posizioni andavano guadagnate, e il muro di gomma del Palazzo si era fatto impenetrabile, quasi kafkiano.

L’anno del digiuno televisivo, il suo purgatorio personale, fu un vero e proprio inferno. Un tormento interiore, notti insonni, il timore che la favola, durata ventotto anni, fosse giunta al capolinea. Aveva persino fantasticato di chiudere con tutto, ritirarsi in campagna, vendere ogni cosa, ma la sua passione per quel mestiere era un fuoco che non si spegneva.

Pippo Baudo

In quel periodo di silenzio, lontano dalle telecamere, non scoprì nuovi nemici, ma piuttosto l’indifferenza di chi avrebbe potuto aiutarlo e non lo fece. Ma riscoprì anche l’affetto di vecchie amicizie, quelle autentiche. Enzo Biagi, una delle grandi firme del giornalismo italiano, non esitò a lanciare un appello pubblico al TG1 per chiederne il ritorno. E la gente, per strada, lo fermava. L’affetto era tangibile, “Non l’abbiamo dimenticata” gli dicevano. Il popolo, forse, è l’unico giudice incorruttibile.

Il suo premere sui giornali non era un segno di terrore, ma una disperata necessità. Era un modo per far sapere che era ancora lì, vivo, pronto a tornare. In quel periodo di riflessione, non scoprì un nuovo lato di sé, ma conobbe la propria fragilità. Si era sempre protetto con una corazza, ma in realtà era debole, uno “psicolabile” come si definiva lui. Sopportare un anno senza quel piccolo “affare” chiamato telecamera era una prova devastante.

Pippo Baudo

Qualcuno lo aveva definito un “mandarino” della televisione, un’accusa che lo aveva ferito profondamente. Lui, che “in Sicilia mangiava i mandarini, ma non lo era”. Riconosceva di non aver mai abusato del suo potere per fini personali, ma ammetteva di aver goduto del successo. “Il successo è una vitamina”, una droga per ogni artista. Non era stato un traditore. Forse un po’ tradito, sì. Aveva abbandonato un giocattolo che si era rotto, un meccanismo inceppato.

Di Berlusconi diceva che era affascinante, un grande “affabulatore”, che però non seguiva ogni suo “giocattolo” fino in fondo. E al giudizio di Berlusconi che lo aveva etichettato come “vagone” e non “locomotiva”, lui rispondeva con il sarcasmo tipico di chi ha le idee chiare: “una locomotiva che cammina da sola è guidata da un pazzo”.

Pippo Baudo

Pippo Baudo, il genio catanese, l’uomo che ha dominato il piccolo schermo per decenni, è ancora lì. Non più invulnerabile, non più super, ma umanizzato. Un uomo che ha conosciuto il successo e la sconfitta, e che dal dolore ha saputo rinascere. È un’icona non perché sia stato sempre vittorioso, ma perché è sopravvissuto. E forse, alla fine, il vero potere non è la vittoria costante, ma la capacità di rialzarsi, di tornare, anche quando si teme di aver perso tutto.

Alla luce di questa risalita, cosa rappresenta oggi Pippo Baudo per la televisione italiana? È un monumento al passato o un monito per il futuro?

Continua a seguire Plus Magazine