Rezza, un genio della criticità
Rezza, un genio della criticità.
Recensire uno spettacolo del 2003 è possibile solo in pochi casi. Ma dato che Fotofinish di Antonio Rezza, in questi giorni in scena al Teatro Bellini di Napoli, spettacolo non è, o almeno non solo, ecco che una lettura prodotta ventidue anni dopo dal debutto è ancora legittima. Perché quelle che per brevità si possono definire performance dell’attore, regista e scrittore laziale, sono vere e proprie opere d’arte, immanenti per definizione, commentabili sempre, e con un’altra caratteristica: non smettono di parlare. Di solito si dice che un lavoro possa invecchiare più o meno bene, per Fotofinish si può dire oltre, che sia oggi più eloquente di prima. Urlante, a tratti, come è spesso nello stile dell’artista. Che urla in faccia agli spettatori delle emergenze che nei nostri giorni bruciano più di due decenni fa.
La storia in fondo è semplice, la racconterò ai lettori di Plus Magazine: un tizio decide di aprirsi uno studio fotografico e in poco tempo se ne va di testa, prefigurando l’ossessione per le immagini che è di ora più che di prima.

Perdendo il senno ritiene di poter fare il politico e, come ogni politico, in preda a un narcisismo veloce e parossistico, straparla, promette, annuncia.
Annuncia ospedali ambulanti, frammentandosi nelle figure che frequentano il nosocomio, dal classico barone della medicina al malato, fino alle varie suore che pensano di curare con la Fede e non con la scienza. La gara di corsa tra le varie monache è tra i primi “numeri” dello show che, inutile dirlo, è scandito dalle risate del pubblico.
Il secondo siparietto è offerto dal suo girovagare tra ortopedico, psichiatra, ufficio, famiglia e personal trainer, da cui ne esce ogni volta rinnovato. Avendo popolato il palco, ovvero il suo mondo, di altri personaggi, è convinto di non essere più solo e le sue scorribande assumono respiri sempre più ampi e raggiri sempre più raffinati: mentre promette case a tutti il nostro politico ne costruisce una per sé mobile, in barba a ogni regola, con un curioso cane da guardia a difesa dell’abitazione. E come ogni rappresentante pubblico crede di intervenire nella cultura, in realtà occupandosi di filmografia hard. La sua follia mantiene puntualmente una quota di lucidità, e così nel suo delirio arriva a ritenersi donna, manager di una torre non più gemella, costruita a misura d’uomo per limitare i danni nel caso di un eventuale crollo, fino all’esito inevitabile a cui porta la politica degenere: la guerra, in nome di una patria che Rezza segnala con riferimenti fallici.
In guerra ci siamo tutti, e così sul palco si trova mezzo teatro, portati a forza dall’attore e dal suo comprimario Armando, caporali che si macchiano di esecuzioni e molestie.

Proprio quando gli spettatori si sentono satiricamente violentati si scopre che sta accadendo altro: tornando nelle vesti del politico il protagonista accusa il pubblico di non averlo capito e di non aver colto che in realtà lui è un uomo solo, preda dei suoi fantasmi, cosa ogni tanto presagita in vari stacchi della pièce.
Si esce dallo show divisi, lacerati, dalle risate e dall’inquietudine, dalla sensazione che quelle donne toccate sul palco potrebbero reagire, dall’idea che l’arte sospenda ogni contegno politically correct, che forse l’abuso di una pretesa disciplina sia nient’altro che una deformazione di un tempo in cui tutto è lecito e tutto vietato; in cui la guerra può essere una prospettiva nobile, sana, “etica” ma il sesso, o il semplice scambio fisico tra persone, è castrato.
E così siamo alla fine, o meglio, al fotofinish: dall’immagine, per nulla sfocata, quello che viene fuori è la sua solitudine. Che non può essere fotografata perché è l’assenza di chi non ti è vicino.

Rezza, un genio della criticità