EditorialeMusicaSpettacolo

Rosa Feola e Antonio Florio: Il trionfo di Piccinni a Santa Cecilia

Luca De Lorenzo

Luca De Lorenzo

Bass/Baritone, nato a Napoli nel 1987,si è diplomato presso il Conservatorio San Pietro a Majella ed in scenografia all' ABANA. Ha debuttato come cantante in diversi ruoli in teatri italiani ed esteri, dirige Festival musicali, si occupa di scenografia e regia. Come Attore ha lavorato per il teatro e la televisione. Si occupa di divulgazione musicale in teatro e nelle scuole.

Il palcoscenico dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia si è trasformato, nella serata di ieri, in un crocevia temporale di rara densità intellettuale, dove il progetto “Son Regina e sono amante” ha saputo trascendere la dimensione del semplice recital per farsi vera e propria archeologia sonora vivente. L’evento, trasmesso in diretta da Rai Radio 3, ha restituito con abbacinante chiarezza la statura europea di Niccolò Piccinni attraverso un’analisi diacronica della sua evoluzione stilistica, offrendo una narrazione che è al contempo omaggio storico e vertice interpretativo.

Ph: Todd Rosenberg

Sotto la direzione sapiente e rigorosa di Antonio Florio, la Cappella Neapolitana ha delineato un itinerario che ha permesso di sviscerare la metamorfosi del compositore barese: se nelle opere del periodo napoletano e romano, come nella Didone abbandonata del 1770, la scrittura appare saldamente ancorata al primato della melodia metastasiana e a una trasparenza orchestrale funzionale al virtuosismo degli “affetti”, il balzo verso la tragédie lyrique parigina rivela l’impatto dirompente della sfida con Gluck e della riforma estetica d’oltralpe. Tale evoluzione si manifesta nitidamente nella struttura stessa delle arie: se nei lavori napoletani la forma è governata da una simmetria melodica e da ritmi di danza che assecondano la brillantezza del sillabato — si pensi alla verve vernacolare de Lo stravagante del 1761 — nel repertorio francese, come nel caso emblematico di Atys o della Didon del 1783, Piccinni scardina la regolarità del “da capo” italiano a favore di una campata formale più libera e imprevedibile.

Ph. MUSA

In questo passaggio, la tavolozza timbrica si fa densa, quasi pre-romantica, e l’urgenza del dramma impone strappi dinamici e una densità contrappuntistica dove l’orchestra non è più un semplice sostegno, ma un ordito narrativo fittissimo di fiati e cromatismi presaghi. Rosa Feola ha saputo incarnare magistralmente questa transizione, offrendo una prova di maturità artistica sbalorditiva. Pur cimentandosi con un repertorio che non frequenta con assiduità, il soprano ha dominato la scena con un controllo del fiato magistrale e una proiezione adamantina, passando dalla grazia e dal brio di Lisetta a un declamato nobile, teso e psicologicamente stratificato. La sua capacità di modulare il timbro ha saputo indagare l’intima dicotomia tra “potere e fragilità” insita nelle grandi figure femminili piccinniane, raggiungendo un vertice di assoluto lirismo nell’aria di Mandane dall’Artaserse e una sintesi perfetta tra rigore classico e pathos tragico nelle arie parigine. La concertazione di Florio, architetto del suono settecentesco sempre attento alle sottigliezze agogiche, ha trasformato l’esecuzione in un evento di risonanza internazionale, riconsegnando a Piccinni la sua legittima statura di gigante della musica europea. Il successo tributato dal pubblico ceciliano non è stato dunque solo un omaggio a una grande voce, ma il riconoscimento di un’operazione culturale necessaria, capace di infiammare l’uditorio con una forza espressiva che ha il sapore di una definitiva e trionfale riscoperta.

Resta aggiornato su Plus Magazine!