Arte

Sarah Biffin e Louis Joseph César Ducornet: Quando il talento supera le barriere corporee

Luigia Salomone

Luigia Salomone

Specializzata in Arte Moderna, faccio dell’arte il fulcro di ogni racconto, utilizzandola come chiave per restituire frammenti di una tradizione che rischia di diventare fuggente. Attraverso le opere ricostruisco memorie collettive ma anche narrazioni bizzarre, amo l’occulto, ciò che può essere ritenuto stravagante, l’altro, il diverso. Il mio sguardo attraversa contesti artistici diversi, con una particolare attenzione all’arte e agli artisti campani e, in particolar modo, al territorio irpino, per riscoprire e rafforzare le nostre radici culturali.

« There is so much that able-bodied people could learn from the wisdom that often comes with disability. »

– Alice Wong, attivista americana per i diritti dei disabili

 

La storia dell’arte restituisce esempi di artisti che, nonostante patologie o malformazioni congenite, sono riusciti ad oltrepassare i limiti imposti dalla propria condizione fisica. Tuttavia, tali figure sono state spesso relegate ad un ruolo secondario rispetto ai loro contemporanei e la loro disabilità ha finito per prevalere sulla considerazione del loro valore artistico. Se nel corso dei secoli la disabilità è stata frequentemente oggetto di rappresentazione e di studio da parte degli artisti, il caso di Sarah Biffin e Louis Joseph César Ducornet si colloca in una prospettiva diversa: entrambi, infatti, furono pienamente inseriti nel panorama artistico del loro tempo e riuscirono ad affermarsi come personalità di rilievo, dimostrando come quelli che possono apparire come insormontabili ostacoli non abbiano costituito un limite alla loro produzione creativa e al loro riconoscimento professionale.

Sarah Biffin, conosciuta anche come Mrs. Wright, cognome del marito, nacque il 25 ottobre 1784 nel Somerset, sud-est dell’Inghilterra, in una famiglia di agricoltori. Fu una pittrice britannica specializzata nella ritrattistica e nelle miniature, piccole opere ricche di dettagli che potevano essere indossate anche come pendenti.

 

Sarah Biffin, autoritratto, 1825, National Porytait Gallery, Londra
(dettaglio)

 

Dai suoi autoritratti emerge un aspetto fondamentale della sua storia: era nata con la focomelia, una malformazione congenita che nel suo caso comportava l’assenza degli arti superiori e inferiori. Nonostante la sua condizione, imparò autonomamente a scrivere e a dipingere usando la bocca, dimostrando notevoli capacità artistiche e una grande autonomia. Nelle firme delle sue opere indicava spesso che erano state realizzate «senza mani», un dettaglio che mostra come non cercasse di nascondere la propria condizione ma la presentasse apertamente come parte della propria identità di artista.

La sua carriera è stata particolarmente significativa poiché riuscì ad ottenere fama e riconoscimento in un periodo in cui le donne artiste faticavano ancora ad affermarsi. Espose le proprie opere in numerose fiere d’arte in tutta l’Inghilterra insieme al suo maestro, Emmanuel Duke e fu proprio durante una di queste esposizioni che attirò l’attenzione del Conte di Morton, che, colpito dal suo talento, le commissionò un ritratto e ne sostenne successivamente la formazione.

Per volontà del conte, Sarah entrò alla Royal Academy of Arts come allieva del miniaturista William Craig. Probabilmente, fu proprio grazie ai suoi insegnamenti che perfezionò la propria tecnica, passando dal tenere il pennello con la bocca all’utilizzare la spalla come sostegno, una soluzione che le permetteva di evitare il contatto prolungato con i pigmenti e, di conseguenza, il rischio di avvelenamento.

La tecnica che prediligeva era l’acquerello, particolarmente diffuso nell’Inghilterra del XIX secolo. Questa tecnica prevedeva l’utilizzo di pigmenti mescolati con un legante, generalmente la gomma arabica, che consentiva di ottenere tonalità e sfumature diverse in base alle esigenze espressive dell’artista. Nei suoi autoritratti, Sarah inserì frequentemente gli strumenti dell’acquerello, dettagli che contribuivano a definirne la personalità.

Il suo talento fu riconosciuto anche dalla Society of Arts, che le assegnò una medaglia per la qualità delle sue miniature. Ricevette inoltre importanti commissioni dalla Famiglia Reale britannica, che le affidò la realizzazione di una serie di ritratti in miniatura, consacrandola tra le miniaturiste più apprezzate del suo tempo.

Dall’Inghilterra di Sarah Biffin ci si sposta ora in Francia, con Louis Joseph César Ducornet, che fece dell’unico arto conservato alla nascita il mezzo attraverso cui sviluppò il proprio talento pittorico.

Nacque a Lilla, nord della Francia, nel 1806. Fu un pittore francese affetto dalla stessa malformazione congenita di Sarah Biffin ma, nel suo caso, conservando il piede destro con quattro dita. Fu proprio con questo arto che imparò a disegnare sin dall’infanzia, utilizzando il piede per impugnare i carboncini e tracciare i suoi primi disegni sui muri.

Il suo talento venne presto riconosciuto dalla scuola locale e sostenuto economicamente, permettendogli di trasferirsi a Parigi per intraprendere la propria formazione artistica. Qui studiò sotto la guida di Guillaume Guillon-Lethière e François Gérard, allievo di Jacques-Louis David.

Durante gli anni parigini ricevette una pensione dal re Luigi XVIII, successivamente confermata dai governi seguenti, che gli consentì di proseguire gli studi. Tra le sue maggiori aspirazioni vi era anche il Prix de Rome, prestigioso concorso artistico francese che garantiva ai vincitori una pensione statale e un periodo di formazione presso l’Accademia di Francia a Roma. Tuttavia, a causa della sua disabilità, non gli fu consentito di prendervi parte.

In uno dei suoi autoritratti si rappresentò mentre dipingeva nel suo modo peculiare: reggeva il pennello con il piede destro, stringendolo tra l’alluce e il secondo dito.

 

L. J. C. Ducornet, Autoritratto, 1852, Musée des Beaux-Arts de Tours, Francia
(dettaglio)

 

La maggior parte delle sue opere affrontava soggetti storici e biblici, sviluppati attraverso composizioni ricche di dettagli e un linguaggio formale influenzato dal Romanticismo e dal Neoclassicismo. Nel corso della sua carriera, il suo talento ricevette diversi riconoscimenti: già nel 1825 ottenne la medaglia alla Royal School of Painting and Sculpture, mentre nel 1836 partecipò al Salon di Bruxelles, dove fu premiato con la medaglia di bronzo insieme ad altri quarantatré artisti. Questi successi confermarono il valore della sua produzione, che non passò inosservata nel panorama artistico del tempo.

  1. J. C. Ducornet, Melodia, 1837, copyright Artnet

Un uomo che fu accudito con amore dal padre in ogni aspetto della vita quotidiana ma che nella pittura dimostrava una sorprendente autonomia. Il critico Maxime Du Camp ricordò che il padre lo portava sulle spalle ai Salon e scrisse che «Ducornet, nato senza braccia», come amava firmarsi, «dipingeva quadri con i piedi, che non erano peggiori di molti dipinti eseguiti con le mani».

Le vite di Sarah Biffin e Louis Joseph César Ducornet raccontano le esperienze di due artisti molto diversi per formazione e linguaggio figurativo ma accomunati dalla capacità di esprimere, attraverso la pittura, le tradizioni artistiche del proprio Paese, nonostante la patologia. Entrambi trovarono un modo personale di dipingere e decisero di non nascondere il proprio corpo né le modalità con cui realizzavano le loro opere. Nei loro autoritratti e nelle loro firme, la disabilità non viene occultata ma diventa parte integrante della loro identità di artisti. In questo senso, il corpo non si configura come un limite insuperabile ma come una condizione che viene reinterpretata e oltrepassata attraverso la pratica artistica.

 

 

 

 

 

Bibliografia

  • D. Chamlin, JR (edited by), Cyclopedia of Painters and Paintings, Volume I, New

York, Charles Scribner’s sons, 1887

  • Michael R. Critchley, A Neurologist’s Tale, Londra, Memoir Club, 2001
  • Du Champ, Recollections of a Literary Life, London & Sydney, Remington & co limited, 1893
  • Nouvelles archives de l’art français, Société de l’histoire de l’art français, Tome XVI,

Paris, Noel Charavay, Libraire de la société de l’Historire de l’art française, 1900

  • Spira, The invention of the self. Personal identity in the Age of art, Londra, Bloomsbury Publishing, 2020