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Sotto la pelle e dentro le ferite: l’odissea umana di Gianlivio Fasciano fa tappa al Molosiglio

Stefania Santorelli

Stefania Santorelli

Autore di +Plus! Magazine

“Mi chiamo ruggine” arriva a Napoli: il romanzo finalista al Premio Bancarella che scava negli abissi dell’identità senza mai giudicare i suoi fantasmi.

Quando la letteratura smette di essere un passatempo e diventa un’esperienza totalizzante, significa che l’autore ha fatto centro. Questo libro ruba l’attenzione e si appropria dei pensieri, lasciando addosso l’impazienza costante di tornare a perdersi nei suoi capitoli. La sensazione di trovarsi di fronte a un’opera non comune è istantanea, un impatto frontale che costringe a fare i conti con una realtà spietata, priva di barriere protettive, capace di catturare il lettore e trattenerlo a sé fino all’ultima pagina.

L’occasione per vivere da vicino questo viaggio emotivo sarà venerdì 12 giugno, alle ore 18:30. Nella splendida cornice del Molosiglio, lo storico Circolo Canottieri Napoli ospiterà la presentazione di questo potente romanzo di Gianlivio Fasciano, edito da Castelvecchi e inserito nella prestigiosa sestina finalista del “Premio Bancarella 2026”. L’incontro, nato in collaborazione con la Cartolibreria Giorgio Lieto, vedrà l’avv. Gian Nicola de Simone nel ruolo di moderatore e coordinando il dialogo tra l’autore e Marco Reginelli. A dare anima, voce e respiro ai passaggi più intensi del testo saranno le letture interpretate da Francesco de Simone e Martina Andrea Vinciguerra.

Incontrare Enrico, il protagonista, significa imbattersi in un magnetismo raro. È un giovane di Caltanissetta cresciuto all’ombra delle mafie, «nato per uccidere» e già arreso al crimine a soli diciassette anni, quando compie il suo primo omicidio. Per dimenticare il proprio passato, sceglie la via della cancellazione totale: fugge a Marsiglia, si arruola nella Legione Straniera, diventa la matricola 110822 e assume il nome falso di Pierre Rousseau. Fasciano ci catapulta senza paracadute e senza sconti in un romanzo fluviale, spietato e struggente, che segue passo dopo passo l’addestramento, l’annientamento e la metamorfosi del ragazzo. Dalla caserma di Aubagne alle foreste selvagge della Guyana Francese, in un crescendo di disciplina, violenza e smarrimento, Pierre perde ogni tratto di civiltà per aderire alla legge del branco, alle sue gerarchie primitive e ai suoi riti oscuri.

Ci si ritrova così a far parte di un gioco spietato e ipnotico, dove il vero conflitto si gioca tutto all’interno: tra il ragazzo che era e l’uomo che sta diventando, tra l’innocenza e il sangue, tra il ricordo e la cancellazione. Attraverso una lingua densa, feroce e profondamente poetica, l’autore costruisce un viaggio epico e intimo nella psiche di un personaggio indimenticabile, sollevando al contempo un dubbio cruciale sulla fragilità dei giovani di oggi, spesso orfani di modelli e pericolosamente esposti al fascino di abissi distruttivi pur di fuggire dal proprio mondo. Questa è una riflessione radicale sull’identità, sull’appartenenza, sull’orrore e sul bisogno disperato di essere accettati.

Questo profondo dualismo nasce sotto l’influenza delle città vissute costantemente dall’autore. Napoli e Parigi, seppur così diverse, condividono un valore fondamentale che ha plasmato la genesi stessa dei personaggi.

«Napoli e Parigi hanno in comune probabilmente una cosa, vale a dire il fatto di non giudicare nessuno», spiega Fasciano. «La mancanza di giudizio credo sia un tratto attraverso il quale ho scritto questi personaggi e ho raccontato questa storia, anche abbastanza vera e feroce, senza mai poter valutare il bene o il male. Il taglio netto con le origini era necessario per il protagonista: il titolo Mi chiamo ruggine indica proprio una trasformazione quasi alchemica o molecolare. Le due rette parallele che mi hanno portato a scrivere sono due quesiti: se io lettore possa effettivamente diventare Pierre, e se sia davvero possibile diventare altro da sé, dimenticando la propria lingua e i propri modi di dire per pensare in modo differente».

In questa odissea, la disciplina della Legione Straniera cammina di pari passo con la cancellazione dell’umanità, svelando la natura incomprensibile delle regole imposte dall’alto.

«Le regole sono fatte piuttosto per non essere comprese», sottolinea lo scrittore. «Più sono complicate, più lo Stato si impegna a fare in modo che siano incomprensibili, perché servono a mantenere il potere. Quando l’esercizio del potere si fa assoluto, il valore morale si azzera: esiste solo la regola che va seguita. Da questo punto di vista mi sembra illuminante l’insegnamento di Hannah Arendt nella banalità del male, che ci spiega chiaramente questo passaggio». Una discesa agli inferi che si intreccia profondamente alle dinamiche criminali e alle memorie professionali dell’autore: «La storia è quella di un giovane italiano partito legionario. Ma è anche un romanzo sulle mafie», afferma.

Il lavoro di giuslavorista ha condotto Fasciano a Caltanissetta, permettendogli di toccare con mano il dramma della chiusura delle miniere di zolfo tra gli anni Ottanta e Novanta, simbolo dello sradicamento del Mezzogiorno. Il cuore del racconto abita nel quartiere Provvidenza, un tempo terra di zolfatare e prostitute, oggi trasformato in un quartiere arabo. Una metamorfosi sociale legata a doppio filo alla poetica del libro:

«Volevo raccontare la relazione tra la parola e la verità, e parlare della percezione contemporanea che oggi abbiamo dell’identità. In quel quartiere c’è la chiesa dove si è sposato Leonardo Sciascia: mi sono imbattuto in questa magnificenza a venti metri dai luoghi in cui è ambientato il romanzo. Una chicca meravigliosa in cui sono caduto dentro, una sorte che spiega quello che si sta facendo».

Lo stesso Fasciano non nasconde l’entusiasmo per la calorosa l’accoglienza che l’opera sta ricevendo tappa dopo tappa:

«Questo romanzo è nella sestina finale del Premio Bancarella e io sono felicissimo di questo. Questo tour in tutta Italia è un’avventura meravigliosa, ma credo sia questa storia ad avere qualcosa da dire in termini di autenticità. Una storia avvincente, di grande avventura, che contiene nelle pieghe emozioni capaci di sollecitare profondamente il lettore».

Al di là della trama, questo libro funge da specchio e ci costringe a guardarci dentro e a fare i conti con le nostre fragilità più nascoste. Il valore profondo di questo libro

È una storia che sollecita le emozioni più intime del lettore e non lascia mai indifferenti.  L’invito a leggere questo romanzo non è semplicemente il consiglio di una buona lettura, ma l’esortazione a compiere un vero e proprio atto di coraggio intellettuale ed emotivo.

L’augurio ideale è che la verità e l’identità di questi giovani del Sud, così feriti e magnetici, possano fare breccia nel cuore del pubblico e della giuria, portando a Napoli l’ambìto Premio Bancarella.