Sotto le boe: la vita dei mitili
Mitili e ostriche funzionano come vere infrastrutture naturali: filtrano l’acqua, sequestrano carbonio nei gusci e sostengono interi ecosistemi marini.
È ora di pranzo nel golfo di Trieste, l’acqua è piatta, blu intensa, soffia un po’ di scirocco che scalda, il cielo un po’ annuvolato. Un anziano seduto al sole, nel tavolino di un ristorante, ordina il suo pranzo, “pedoci a la scotadeo”. Perché le cozze, i molluschi neri e lucidi con due conchiglie dette valve, qui a Trieste si chiamano pedoci. I loro filari, le boe galleggianti che sorreggono le cime a cui sono appese le cozze, proprio come file di uva in una campagna, galleggiano danzando in una giornata di sole.
E sotto queste boe, la vita marina pullula.
Qualsiasi cosa che rimane in acqua per un po’ di tempo prende sempre vita: lo scafo di una barca, gli scogli, le cime, o anche il sotto di una boa; il mare trova sempre una via per colonizzare lo spazio e le superfici. E questo, i molluschi-cultori lo sanno bene.
Pensiamo alla cozza, o muscolo, mitile o appunto “pedocio”, ma anche all’ostrica. E si amici, anche in mediterraneo abbiamo l’ostrica piatta nostrana. La loro coltivazione non ha nulla da invidiare alla più antica e moderna forma di agricoltura sostenibile.

È più un’arte che una pratica. Essa nasce dall’osservazione, dall’avere capito secoli fa che i molluschi, come le cozze, non vanno solamente cercate, ma si possono anche invitare. Quando pensiamo all’acquacoltura, la prima cosa che ci viene in mente è sicuramente una grande rete circolare in mare contenente pesci come orate e branzini. In realtà l’allenamento di pesci è solo una forma dell’acqua coltura.
I pesci hanno bisogno di mangiare, di muoversi. I molluschi invece, come i mitili, no. Loro sono filtratori, hanno semplicemente bisogno di acqua di mare.
La molluschicultura non necessita né di mangimi, né di grandi spazi, basta coprire una superficie, una cima, un palo, una rete, e poi il mare fa il resto. Nella baia di Sistiana, a Trieste, i pedoci si coltivano da prima dell’Ottocento. E ad oggi, mentre il mare cambia, questa produzione antica si ritrova in prima linea. Ma la questione non è solo di natura alimentare: la mitilicoltura diventa anche osservatorio e ricerca.
Le cozze nascono come larve planctoniche, per una ventina di giorni se ne vanno in giro con le ciglia vibratili, finché non trovano dei supporti, quali le cime appositamente poste in acqua, le larve si attaccano ed inizia la metamorfosi.
Quando crescono, bisogna solo gestire il numero di cozze e fare dei controlli sulla salute dell’animale, fino ad arrivare alla taglia commerciale. Ma dietro al sacchetto retato di cozze che compriamo, c’è molto di più. C’è un impatto positivo in primis di risorse necessarie per coltivare mitili, ovvero quasi nulle; ma un riscontro positivo anche per il nostro futuro.

I molluschi, crescendo, costruiscono il loro guscio di carbonato di calcio, sottraendo CO2 dall’atmosfera. A livello nazionale, ogni anno la mitilicoltura è capace di sequestrare 19 mila tonnellate equivalenti di CO2. Quindi questi gusci scuri e lucenti diventano depositi carbonatici fondamentali per diminuire la CO2 dell’atmosfera.
Ma non è solo una questione di carbonio. Mentre filtrano l’acqua per nutrirsi, le cozze rimuovono particelle in sospensione, microalghe e nutrienti in eccesso, contribuendo a migliorare la qualità dell’acqua. Una singola cozza può filtrare diversi litri d’acqua al giorno; moltiplicata per migliaia di individui appesi alle cime di un allevamento, questa azione diventa un vero e proprio servizio ecologico. Attorno ai filari di mitili si formano micro-ecosistemi: piccoli pesci trovano riparo, crostacei e alghe colonizzano le strutture, la biodiversità aumenta.

Quella che dall’alto sembra solo una fila di boe galleggianti è in realtà un’infrastruttura vivente, un frammento di mare che lavora silenziosamente per mantenere l’equilibrio dell’ambiente.

In un’epoca in cui molte produzioni alimentari richiedono grandi quantità di terra, acqua dolce, mangimi ed energia, i molluschi fanno quasi l’opposto: crescono nutrendosi di ciò che il mare offre naturalmente e, nel farlo, restituiscono benefici all’ecosistema che li ospita. È una forma di produzione che non sottrae soltanto risorse, ma può contribuire a rigenerarle.
Un piccolo gesto in mezzo alla grande lotta contro il cambiamento climatico dato dall’inquinamento; ma questa piccola impronta ecologica potrebbe essere sostenuta da ognuno di noi, scegliendo con consapevolezza ciò che mettiamo sulla nostra tavola.
Resta aggiornato su Plus Magazine!