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Ultras di Lettieri: il film che divide i tifosi

Adriano Russo

Adriano Russo

Sociologo, specializzato in criminologia critica, prevenzione e sicurezza sociale. Docente, formatore e progettista in ambito sociale e nei servizi integrati, adotta un approccio umanistico e sociologico nella scrittura e nella progettazione. "Credo nella trasparenza degli animi e delle coscienze".

Il film sugli ultras che non piace agli ultras

Vi sono state critiche molto severe nei confronti del film Ultras di Francesco Lettieri, all’esordio alla regia.

La pellicola non sembra essere apprezzata specialmente nell’ambiente ultras partenopeo. Bisogna dire però che risulta assai improbabile che ai tifosi organizzati possa piacere un’opera su loro stessi perché non si sentiranno mai veramente compresi e rappresentati in quanto gli ultras sono un’entità/identità a parte.

Accade così dai tempi di Ultrà, pellicola del 1991, con la regia di Ricky Tognazzi e con protagonista Claudio Amendola nei panni del Principe, capo ultras romanista.

 

Fedeltà e identità collettiva

Essere ultras rappresenta uno stile di vita che solo un vero ultras riconosce come tale.

È il forte spirito di appartenenza ad un gruppo, l’amore, l’abnegazione e la fede assoluta per i colori della maglia della squadra di calcio della propria città nella quale l’ultras si identifica fortemente.

Farne parte è un modus vivendi quotidiano basato su codici simbolici comportamentali ben precisi legati alla fedeltà, alla coerenza, ad una dimensione valoriale autonoma e indipendente che privilegia l’aggregazione comunitaria del gruppo, inteso come famiglia, a discapito del singolo individuo.

Lettieri rinuncia ai codici

Il regista Lettieri, forse consapevolmente, decide di non addentrarsi nella profondità di tali codici, anche se comunque non tralascia la testimonianza di valori nobili quali appunto l’amicizia, la coesione, l’amore, la lealtà, la solidarietà.

Valori che fanno da sfondo ad una storia di vita che funziona ed emoziona grazie anche alla presenza di attori validi come Aniello Arena che interpreta il ruolo del protagonista Sandro Russo, detto il Mohicano.

 

 Mohicano: capo Apache in trasmutazione  

Sandro è il capo di uno storico gruppo ultras del Napoli, gli Apache, vittima di un DASPO che lo costringe da tempo lontano dagli spalti dello stadio.

Sandro ha 50 anni, stanco ormai di un ruolo che non ha più la forza, né la voglia di rappresentare, inizia a frequentare una donna di nome Terry (Antonia Truppo) per sancire l’inizio di una nuova vita lontano dal mondo ultras.

Sandro deve però portare a termine una missione, salvare da quel mondo malsano e pericoloso un giovane ragazzo al quale è molto legato.

Angelo (Ciro Nacca) è alle prime armi con il mondo ultras e si trova a vivere una fase di iniziazione al cospetto degli ultras veterani. Si tratta di un aspetto del film dove traspare, specie agli occhi degli ultras, una percezione strutturalmente falsata degli eventi che li riguardano.

La salvezza che nessuno ha chiesto

Gli ultras in realtà non hanno bisogno di salvezza, né di redenzione perché il loro non è un mondo criminale, al contrario è un mondo improntato su una mentalità sana e positiva.

Il regista Lettieri sceglie invece di insistere sulla questione degli scontri e del conflitto forse anche perché il film, è risaputo, vuole la sua spettacolarizzazione mediatica basata, ad esempio, sugli scontri generazionali all’interno dello stesso gruppo ultras.

Gli ultras più esagitati come il Gabbiano (Daniele Vigorito) e Pequeno (Daniele Borrelli) guidano la scissione contro gli ultras della vecchia guardia, primi su tutti il Mohicano e Barabba (Salvatore Pelliccia).

Il Gabbiano e Pequeno sembrano apparire come gli ultras cattivi, semmai sono soltanto gli ultras rivoluzionari che tradiscono lo spirito puro e originario degli Apache.

 

 Vecchia guardia e nuove leve, processi di ristrutturazione identitatria

La questione cruciale è che non esistono ultras buoni o cattivi, ma ultras che seguono alla lettera dei codici e ultras che non li seguono e poi ci sono i cani sciolti che sono invece un discorso a parte.

Le variabili fondamentali ultras sono perlopiù legate a tratti distintivi come l’identità sociale, la specificità, la storicità, il ruolo e il consenso che il singolo ultras riceve fra gli adepti del gruppo o dei vari gruppi.

Vecchia guardia e nuove leve, tra l’altro, possono anche decidere di convivere tra loro mettendo da parte i dissapori interni sotto il segno di un’unica bandiera, un unico gruppo, un unico collettivo.

Sono tutte dinamiche queste che Lettieri non esalta praticamente mai, proprio perché privilegia sistematicamente la configurazione delle spaccature interne e degli scontri tra ultras e forze dell’ordine, il tema dell’odio e della rivalità con gli ultras delle tifoserie avversarie.

 Coesione e solidarietà: il lato invisibile

Dinamiche che rappresentano solo una parte esigua e non esclusiva del mondo ultras.

Perseverare sulla questione della violenza e della vita sbandata degli ultras non aiuta certamente Lettieri a farsi apprezzare dalla categoria ultras anche perché si tratta di aspetti denigratori che alimenterebbero la criminalizzazione diffusa e patologica verso di loro da parte dell’opinione pubblica.

La vita degli ultras è fatta anche di dedizione, passione e sacrificio, di iniziative benefiche, di associazioni culturali, di solidarietà, di spirito comunitario e di codici valoriali.

Il fatto che Lettieri trascuri spesso le caratteristiche più costruttive e propositive degli ultras non significa però voler legittimare lo stereotipo di Napoli come città violenta e criminale al pari di come avviene per altri film come Gomorra — La serie (S. Solima, F. Franceschini, C. Cupellini, C. Giovannesi, M. D’Amore, 2014, 2016, 2017) o la Paranza dei bambini (Claudio Giovannesi , 2019).

 

Napoli è solo la cornice di un fenomeno globalizzato

La città di Napoli è soltanto la cornice di sfondo di un film che vuole testimoniare una subcultura, quella degli ultras, consolidata a livello nazionale e internazionale.

Lettieri invece ci mostra platealmente uno scenario che pure esiste, quello della violenza e del dramma sportivo.

Uno scenario che non è piaciuto sicuramente agli ultras che avrebbero voluto che il regista napoletano avesse raccontato e valorizzato aspetti altri in grado di rivelare la vera essenza della vita e del tifo degli ultras.

In questo senso Lettieri sembra aver perso una grande occasione, tradendo in pieno le loro aspettative.

Il riscatto del Mohicano: fedeltà ai codici fino alla fine

Resta però il fatto che il protagonista del film, il Mohicano, non tradisce mai il codice ultras, anzi lo onora fino in fondo, così come onora lo spirito degli Apache, salvando la vita di Angelo, il giovane ragazzo ultras.

Un gesto altruistico che va al di là della morale e del senso di appartenenza, persino al di là dei codici ultras, un gesto individuale di pura amicizia e di puro amore.

Finale drammatico e autenticità visiva con Liberato

Lettieri ci prospetta un finale di film drammatico che concede una scossa morale molto intensa.

Ciò nonostante resta ancora più arduo forse rassicurare lo spettatore sul fatto che è sbagliato criminalizzare per partito preso la categoria dell’ultras non accostandolo alla figura del teppista, del deviante, dell’omicida o di colui che sicuramente farà una brutta fine.

Allo stesso modo però non va criminalizzato nemmeno il film di Lettieri capace di mostrare attraverso i suoi personaggi un contesto di senso di grande autenticità e umanità.

Così come autentica appare la percezione dell’immagine suggestiva che rende giustizia alla bellezza di Napoli, merito anche del trasporto dei brani della colonna sonora del cantante mascherato Liberato, come We come from Napoli.

Autonarrazione e Crisi del Codice

Dal punto di vista sociologico, la pellicola mette in scena l’inevitabile scontro tra l’autonarrazione della subcultura ultras (fondata su codici di fedeltà e onore) e l’eteronarrazione mediatica, focalizzata sullo spettacolare e sul dramma individuale. La resistenza degli ultras all’opera di Lettieri risiede proprio nel rifiuto di vedere confusa la violenza rituale e codificata del gruppo con la pura criminalità. Ultras si rivela, in definitiva, un ritratto sulla crisi del leader carismatico (Sandro/Mohicano) sul tramonto.

In sintesi il film è lodevole, ma forse un esperimento sociale riuscito solo a metà. Non era certamente un’impresa facile.

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