Una tregua senza pace
Andrea Maria Labruna
Autore di +Plus! Magazine
Al via il cessate il fuoco nella striscia di Gaza, ma l’interruzione delle ostilità sembra essere a tutti gli effetti Una tregua senza pace.
Il summit di Sharm el‑Sheikh si è tenuto il 13 ottobre 2025 in Egitto, come parte di un piano più ampio (il cosiddetto Gaza peace plan) volto a porre fine al conflitto di Gaza iniziato il 7 ottobre 2023. Hanno partecipato circa 30 Paesi, e l’incontro è stato co‑presieduto da Donald Trump (USA) e Abdel Fattah el‑Sisi (Egitto), con mediazione anche da Qatar e Turchia. L’accordo firmato a Sharm el‑Sheikh costituisce la prima fase del piano: un cessate il fuoco, lo scambio di ostaggi e prigionieri, un ritiro parziale delle forze israeliane secondo linee stabilite, e un avvio significativo dell’ingresso di aiuti umanitari a Gaza.
Durante un discorso davanti al Knesset (il parlamento israeliano) poco prima del vertice di Sharm el‑Sheikh, Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti avevano fornito una considerevole quantità di armi a Israele prima del cessate il fuoco. Le sue parole includono:
“Abbiamo molte armi, e ne abbiamo date molte a Israele, sinceramente. Bibi [Netanyahu] mi chiamava: ‘Puoi procurarmi quest’arma, quell’altra?’ Alcune non le avevo nemmeno mai sentite prima,” ha dichiarato Trump.
Questa affermazione è significativa perché riconosce pubblicamente che il sostegno militare statunitense verso Israele non si è fermato prima del cessate il fuoco, ma è continuato mentre si negoziava l’accordo.
Trump ha fatto leva sul concetto di peace through strength (“pace attraverso la forza“), sostenendo che Israele ha “vinto tutto quello che poteva con la forza delle armi”. In questo contesto, il sostegno militare serve non solo come backup difensivo, ma come elemento di pressione diplomatica e strategica. L’ammissione che armi sono state consegnate durante le fasi immediatamente precedenti al cessate il fuoco solleva interrogativi circa il rispetto del diritto internazionale umanitario, l’effetto su popolazioni civili, e la responsabilità nelle eventuali violazioni dei confini del cessate il fuoco. Alcuni Paesi e organizzazioni della società civile hanno espresso preoccupazione riguardo al continuo flusso di armi durante il conflitto, mentre altri sostengono che un robusto sostegno ad Israele fosse necessario per garantire condizioni accettabili di negoziazione. L’impegno militare può aver aumentato la posizione negoziale di Israele, rendendo più probabile che accettasse condizioni di cessate il fuoco e scambio ostaggi, ma questo può anche complicare il trust delle controparti che possono vedere la continuazione degli armamenti come un segnale che la guerra non sia totalmente sospesa o che le forze israeliane possano riprendere rapidamente le operazioni.
L’accordo non risolve ancora questioni centrali come il governo di Gaza, la smilitarizzazione di Hamas, il futuro politico dei territori, la ricostruzione su larga scala, e come garantire che il cessate il fuoco sia duraturo. Le parti devono ancora mettere in pratica concretamente le parti dell’accordo: ritiro militare, rilascio degli ostaggi viventi e riconsegna di quelli deceduti, monitoraggio, accesso umanitario, sicurezza interna. La pressione diplomatica internazionale, il ruolo dei mediatori (Egitto, Qatar, Turchia) e il sostegno o la critica esterna saranno fondamentali affinché l’accordo non resti solo sulla carta. Anche la credibilità degli Stati Uniti come mediatore è implicata: l’ammissione di aver fornito armi può essere vista in modi contrastanti — come supporto leale verso un alleato, oppure come contributo all’escalation prima della tregua — a seconda del punto di vista politico.
Gli Accordi di Pace di Sharm el‑Sheikh rappresentano un momento potenzialmente storico nel conflitto israelo‑palestinese, con una tregua che sembra più solida delle precedenti. Tuttavia, la dichiarazione di Trump secondo cui gli Stati Uniti hanno fornito armi a Israele prima del cessate il fuoco introduce un elemento di complessità: pone domande su trasparenza, responsabilità e sul confine tra supporto militare necessario e azioni che possono essere percepite come alimentanti del conflitto. Il successo dell’accordo dipenderà tanto dall’effettiva implementazione quanto dalla capacità delle parti coinvolte (stati, organizzazioni internazionali, società civile) di vigilare perché gli impegni si traducano in effetti reali, duraturi e giusti.
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