Vas: L’Esordio Cinematografico di Gianmaria Fiorillo
Intervista a Gianmaria Fiorillo: Vas, un Esordio tra Isolamento e Attualità.
Abbiamo avuto il piacere di incontrare Gianmaria Fiorillo, regista emergente, per parlare della sua opera prima, Vas, un film che ha come protagonista Eduardo Scarpetta e che affronta temi di grande attualità.
Come nasce il progetto Vas?
Vas nasce dallo spettacolo teatrale omonimo a cui ho avuto il privilegio di partecipare come aiuto regista nel 2016. Dopo una residenza di qualche settimana in Belgio, mi sono innamorato della storia. Non solo per la sua bellezza drammaturgica, ma anche per le tematiche, molto attuali, con le quali mi sono confrontato in alcuni momenti della mia vita: l’isolamento e l’ansia sociale. Erano temi che, mi rendevo conto, facevano parte di tante quotidianità, ed è proprio questa la forza della storia.

Il tema degli “hikikomori” è di grande attualità. Quando ha scritto il film?
Il tema degli hikikomori è molto attenzionato al momento. Viviamo una crisi profonda per quanto riguarda l’agorafobia e l’ansia sociale, ma in realtà se ne parla già da qualche anno. Abbiamo avuto la fortuna di poterlo anticipare, così da arrivare in sala in un momento in cui raggiungere il pubblico è sempre più necessario.
Lo spettacolo, come dicevo, è stato messo in scena nel 2016. Dopo qualche anno, nel 2019, ho proposto alla regista teatrale di scrivere insieme a me la sceneggiatura. Abbiamo iniziato con lunghe sessioni di scrittura a casa mia, confrontandoci con temi di attualità e tante referenze cinematografiche. Dopo qualche stesura, è entrato in sceneggiatura anche il mio socio Francesco Inglese, che ha curato in prima linea lo sviluppo del film.
Lei è anche produttore. È stato duro gestire questo doppio ruolo?
Devo dire che dopo la fase di sviluppo, in cui ho partecipato in veste di produttore, mi sono allontanato dal processo di produzione, riuscendo a concentrarmi solo sulla regia. Fino ad ora come produttore ho prodotto vari cortometraggi e tre documentari, quindi conosco il lavoro del produttore e grazie a questo non posso fare altro che ringraziare e ritenermi privilegiato ad aver avuto al mio fianco i produttori del film, ovvero: Alan Vele, Francesco Inglese, Ferdinando Musto e Mario Lanti. La figura del produttore è un elemento chiave per il processo creativo, cosa a cui non si dà mai la giusta importanza. Ho vissuto interi periodi a casa di Alan, a vedere film, a leggere e rileggere la sceneggiatura, e grazie a questa fase abbiamo rafforzato di gran lunga il progetto. È un processo a cui non rinuncerei mai.

Parliamo della fase di scrittura della sceneggiatura. Come è stata questa esperienza e quali sfide avete affrontato?
La fase di scrittura è stata un processo intenso e collaborativo. Lavorare con la regista teatrale e poi con Francesco Inglese ha permesso di arricchire la storia e di esplorare a fondo le dinamiche psicologiche dei personaggi. La sfida principale è stata quella di trasporre la potenza dello spettacolo teatrale in un linguaggio cinematografico, mantenendo l’essenza delle tematiche pur adattandole a un medium diverso. Abbiamo cercato di dare profondità ai personaggi e di creare situazioni che potessero risuonare con un pubblico ampio, sempre tenendo a mente la rilevanza dell’isolamento e dell’ansia nella società contemporanea.

E poi è venuta la scelta degli attori. Come si è svolto il casting?
Il casting è durato a lungo, in più fasi. Eduardo Scarpetta è entrato subito nel progetto, quando abbiamo avuto l’opportunità di conoscerci durante le riprese de L’amica geniale, dove lavoravo nel reparto regia. Mi ha subito colpito il suo approccio alla recitazione e lui, da subito, si è dimostrato interessato al progetto. Per quanto riguarda Demetra, è arrivata giusto un anno prima delle riprese. È stata una grande fortuna incontrarla; penso sia un’attrice straordinaria e una persona molto sensibile. Tutti gli altri ruoli comprimari sono arrivati dopo un lungo lavoro di casting, data la vastità dei personaggi e i profili internazionali.
Basti pensare a Gabriel Lynk, di origini americane, e Taghera, una tiktoker kirghisa: una vera personalità esplosiva che lascia il segno nel film, trovata dopo una estenuante ricerca data la complessità del suo personaggio.
Quali sono stati i momenti salienti delle riprese?
Le riprese sono state durissime ma anche la parte più divertente e adrenalinica del progetto. C’erano tante location, tanti punti macchina tra mdp e device. Ma devo dire che, data la mia gavetta, mi sento molto a mio agio sul set. Ho lavorato con professionisti navigati che mi hanno visto portare i caffè durante i primi set, e tanti amici, vecchi e nuovi. Grazie all’esperienza della produzione e del mio aiuto regista, tutto è andato secondo i piani, cosa che nel nostro mestiere è un gran privilegio e una cosa non scontata.

Cosa si augura, soprattutto, da questo esordio come regista?
Spero ovviamente di poter fare un’opera seconda, crescendo di qualche tassello. E spero che Vas, senza voler sembrare retorico, arrivi a quante più persone possibili. Perché questa è la mia idea di cinema: una commercialità sana e stimolante per qualsiasi tipo di spettatore. Penso che in quanto italiani, data la nostra storia, meritiamo un cinema del genere, e con questo amplio il mio desiderio non solo in veste di regista ma anche in veste di spettatore. Abbiamo vissuto un momento di ripresa del cinema italiano contemporaneo negli ultimi anni, e anche se ora c’è un momento di confusione, spero e sono fiducioso che la situazione si riprenderà, dando spazio a nuove concezioni di produzione filmica.
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