Devereux al San Carlo: Quando il Suono Trascende la Scena
Napoli, 23 luglio 2025 – Il Teatro di San Carlo ha levato il sipario sull’atteso allestimento di Roberto Devereux, che conclude l’ambizioso ciclo triennale dedicato alle opere Tudor di Gaetano Donizetti. Un progetto audace, che ha visto il Massimo napoletano impegnato nel presentare al pubblico le tre grandi regine del compositore bergamasco: Anna Bolena, Maria Stuarda e, ora, Elisabetta I in Roberto Devereux.
Quest’opera, che nel tragico 1837 segnò un’epoca di profonda maturazione artistica e personale per Donizetti, ha riaffermato la sua intrinseca forza drammatica sulle scene partenopee. Se il libretto di Salvatore Cammarano, di per sé un mirabile esempio di tessitura narrativa, si dipana attraverso un intrico di gelosia e vendetta, è la partitura donizettiana a innalzare la vicenda storica a vette di introspezione psicologica di sconvolgente attualità.

La nuova produzione, frutto di una prestigiosa coproduzione internazionale con la Dutch National Opera e il Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia, ha suscitato un vivace dibattito critico. La regista olandese Jetske Mijnssen, coadiuvata da Ben Baur per le scene, Klaus Bruns per i costumi e Cor van den Brink per le luci, ha optato per una trasposizione dell’ambiente elisabettiano in una cornice che evoca più un lussuoso albergo mid-century che una reggia storica. Costumi che rimandano all’eleganza di Grace Kelly e Cary Grant, uno stuolo di servitori in livrea e una società in smoking hanno trasformato il “dramma storico romantico” in un “romanzo borghese e psico-familiare”, generando una discussa “virata” estetica.
L’intento di indagare l’intimità e le dinamiche relazionali dei personaggi, concepita quasi come un “thriller d’amore”, si è scontrato con un’estetica visiva che ha lasciato molti perplessi. La scenografia, che nell’atto primo si svela come una camera da letto dai toni salvia e panna, per poi progressivamente spogliarsi e integrarsi, è apparsa, in alcuni momenti, eccessivamente simile a precedenti allestimenti.
L’Elisabetta concepita da Mijnssen, più donna ferita e perennemente iraconda che sovrana nella pienezza del suo potere, è stata interpretata con gesti talvolta ridondanti e un costume da “zia Principessa” che ha detratto dalla maestà regale del personaggio. Unica, notevole eccezione visiva è stata la commovente scena nell’atto conclusivo, dove Sara, con le figlie in un momento di toccante intimità domestica, ha offerto un barlume di autentica suggestione in un contesto scenico che, nel complesso, è stato percepito come incongruo e ha attirato manifeste contestazioni e fischi al termine della “prima”.

@Luciano Romano
Se l’aspetto visivo ha suscitato perplessità, la componente musicale ha riscosso un successo clamoroso, irradiando forza e chiarezza che hanno conquistato il pubblico. Il merito primario va ascritto alla magistrale direzione di Riccardo Frizza, riconosciuto interprete di riferimento del repertorio donizettiano. Con una “restituzione a briglie tese e sempre molto attenta”, Frizza ha saputo esaltare ogni sfumatura della complessa partitura, dalle dinamiche orchestrali più vigorose alle “pirotecnie canore” dei solisti.
La sua capacità di dar voce alla “doppia medaglia fatta di forza e vulnerabilità” di Elisabetta, così come alla “dolente tenerezza” di Sara, ha immerso il pubblico nel vortice emotivo dell’opera. La sua bacchetta, che “si svincola dal binomio Devereux-Kammerspiel”, ha sostenuto con maestria i cantanti, contribuendo in modo determinante alla piena riuscita di una serata musicalmente memorabile.

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Il trionfo sonoro è stato amplificato da un cast vocale di prim’ordine, dove il dramma e il belcanto si sono fusi in una perfetta simbiosi espressiva.
La rivelazione assoluta e l’incontrastata dominatrice della scena è stata la Sara del mezzosoprano Annalisa Stroppa. Con una vocalità immensa e sfaccettatissima, la Stroppa ha incarnato il dolore e l’innocenza del personaggio con una “tecnica sempre solidissima, dal pieno volume e dal governo di tinta in ogni fascia del suo registro”. Ogni sua nota, ogni frase, risuonava di una “verità e tenerezza” rare.
La sua romanza “All’afflitto è dolce il pianto” e il duetto con il geloso consorte sono stati momenti di pura e commovente poesia. Accanto a lei, il soprano Roberta Mantegna ha offerto un’Elisabetta di notevole statura interpretativa. Superate alcune iniziali tensioni, la Mantegna ha dispiegato una “tecnica notevolissima unita a un’emissione a pasta morbida e luminosa”, navigando con maestria le “impervie colorature” e i “bruschi salti” della parte. La sua interpretazione di una regina tormentata dalla solitudine e dalla sete di vendetta, culminata in una “magistrale aria finale”, ha regalato momenti di profonda introspezione psicologica.
Il baritono Nicola Alaimo ha vestito i panni del Duca di Nottingham con una lezione di stile e portamento. Il suo “bel timbro” e la “raffinata sapienza quanto a sfumature di colori e di accenti” hanno conferito al personaggio una notevole profondità, evidenziando la sua “potenza sanguigna” in scena.
Il tenore spagnolo Ismael Jordi, subentrato con preavviso estremamente limitato, ha interpretato Roberto Devereux con slancio e un timbro chiaro e intrinsecamente adatto al belcanto. Sebbene a tratti la sua impostazione abbia rivelato qualche disomogeneità, il suo “vivo afflato eroico” ha convinto, in particolare nell’esaltante Terzetto “Alma infida, ingrato cuore”, scolpito a “caratteri di fuoco” insieme a Elisabetta e Nottingham.

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Un meritato plauso va anche a Enrico Casari (Lord Cecil) e Mariano Buccino (Sir Gualtiero Raleigh), che hanno completato con professionalità la compagnia di canto. Il Coro del Teatro di San Carlo, preparato da Fabrizio Cassi, ha fornito un contributo solido e apprezzabile per tempra timbrica, sottolineando l’eccellenza delle voci femminili.
In sintesi, questo Roberto Devereux napoletano si è palesato come una serata di marcati contrasti. Se la visione registica, pur ambiziosa nelle sue premesse, ha faticato a trovare un’autentica risonanza nel sentire del pubblico, la forza intrinseca della musica di Donizetti, la direzione ispirata di Riccardo Frizza e un cast vocale eccezionale hanno regalato momenti di pura estasi, confermando ancora una volta la magnificenza del repertorio belcantistico e la sua perenne capacità di toccare le corde più profonde dell’animo umano.
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