La Cenerentola al San Carlo – recensione di Luca De Lorenzo
Rossini tra il bancone e il loft

Il San Carlo chiude la stagione con la Cenerentola di Michieletto e un primato storico sul podio. Lo spettacolo funziona più nei suoi colpi di teatro che nel suo respiro d’insieme; a fare la differenza sono le voci maschili e, nella seconda compagnia, un’Angelina finalmente su misura.
Undici anni dopo l’ultima volta, La Cenerentola torna a Napoli come titolo di congedo della stagione 2025/26. È anche una serata che il teatro ricorderà per un dato estraneo alla musica: per la prima volta in quasi tre secoli una donna, Speranza Scappucci, dirige un’opera dal podio del Massimo napoletano. Il pubblico lo sa e la accoglie con un applauso prima ancora della Sinfonia.
Il bilancio, a recite concluse, è quello di uno spettacolo piacevole, accolto con calore, ma meno brillante di quanto la partitura prometta. Rossini chiede leggerezza e precisione insieme; qui la precisione c’è quasi sempre, la leggerezza a intermittenza. L’allestimento, nato per la Semperoper di Dresda e il Théâtre des Champs-Élysées, sposta la fiaba in un presente riconoscibile. Angelina sgobba in un bar di periferia sotto un Don Magnifico padrone e padre insieme; sollevata la struttura del locale, compare il loft del principe, che diventerà cantina, sala da ballo e sala di nozze. Alidoro non è un precettore ma una presenza venuta dall’alto, che governa gli eventi con un piccolo esercito di aiutanti. Le scene di Paolo Fantin, i costumi di Agostino Cavalca e le luci di Alessandro Carletti formano una squadra rodata, e si vede.
Il meglio arriva nei momenti in cui Michieletto rinuncia al realismo e gioca. Il coro maschile che corteggia il falso principe in abiti da signora, baffi compresi, è un’invenzione che strappa la risata più sincera della serata. Funziona anche l’irruzione della carrozza, trasformata in un’auto che sfonda la parete del bar durante il temporale. E il rondò finale, con tutti in ginocchio a pulire il pavimento, chiude il cerchio con un sorriso amaro: la bontà trionfa, ma lo straccio resta.
Tra un’idea e l’altra, però, il racconto perde tensione. Alcune scene d’insieme sembrano mosse più dall’esigenza di riempire il palco che da una lettura del testo, e il gesto scenico non sempre coincide con l’accento musicale. È una regia che si ricorda per i suoi episodi più che per il suo disegno. Speranza Scappucci conosce la partitura nota per nota e la tiene salda dall’inizio alla fine. Il suo è un Rossini serio, attento alle zone d’ombra del dramma giocoso, che non tratta l’opera come una semplice macchina comica. È una scelta legittima e a tratti illuminante, soprattutto nelle pagine in cui la malinconia di Angelina affiora sotto la superficie.

Il prezzo è una certa uniformità di colore. L’orchestra del San Carlo suona compatta e pulita, ma raramente frizzante; i famosi crescendo arrivano puntuali senza davvero esplodere. In più di un concertato i tempi spinti mettono in affanno i cantanti, e la parola si perde proprio dove Rossini la vuole più nitida. Bene il coro maschile preparato da Fabrizio Cassi, preciso nel canto e generoso in scena. Il confronto tra le due protagoniste è il vero racconto di queste recite. Aigul Akhmetshina, star del primo cast, porta in scena uno strumento sontuoso, scuro e potente nel registro grave. Ma la sua Angelina pesa più del necessario: la canzone del primo atto suona quasi tragica, e nel rondò conclusivo gli acuti escono tesi. Una cantante di classe in un ruolo che non sembra il suo, almeno per ora; in una delle recite era stata annunciata indisposta, e ha comunque portato a termine la serata con professionalità.

Nella seconda compagnia Aleksandra Meteleva, classe 1999 e di formazione pesarese, è la sorpresa della produzione. La voce è morbida e omogenea, le agilità scorrono senza sforzo, l’acuto è limpido. Soprattutto, il personaggio le appartiene: è dolce senza essere svenevole, e il rondò diventa una festa invece che una prova di resistenza. Con lei anche lo spettacolo di Michieletto guadagna in credibilità.
Tra gli uomini spicca Jack Swanson, Don Ramiro di grande eleganza: timbro chiaro, colorature nitide, acuti sicuri e un fraseggio nobile che dà al principe autentica sincerità. César Cortés, nell’altro cast, ha gusto e una buona tecnica, ma la voce è leggera e nell’aria del secondo atto perde slancio proprio nei passaggi più esposti.
Florian Sempey è un Dandini irresistibile, padrone della scena e del sillabato, ed è lui a raccogliere gli applausi più fragorosi. Giulio Mastrototaro disegna un Don Magnifico più umano che grottesco, curato nella dizione e cresciuto di recita in recita. Gianluca Margheri dà ad Alidoro presenza e autorità, specie nel registro centrale. Laura Ulloa e Sayumi Kaneko, ex allieve dell’Accademia del teatro, sono sorellastre vivacissime in scena, anche se vocalmente un po’ esili.
In sintesi
Una Cenerentola che diverte e si lascia guardare, ma che vive di lampi più che di luce continua. Resta la soddisfazione per un primato atteso troppo a lungo e la scoperta di una giovane Angelina che vale da sola il biglietto. Sala piena e applausi cordiali per tutti, con le ovazioni più calde per Sempey, Swanson e Meteleva.