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La Partenope di Morricone e l’anima Segreta di Neapolis

Luca De Lorenzo

Luca De Lorenzo

Bass/Baritone, nato a Napoli nel 1987,si è diplomato presso il Conservatorio San Pietro a Majella ed in scenografia all' ABANA. Ha debuttato come cantante in diversi ruoli in teatri italiani ed esteri, dirige Festival musicali, si occupa di scenografia e regia. Come Attore ha lavorato per il teatro e la televisione. Si occupa di divulgazione musicale in teatro e nelle scuole.

In occasione del venticinquesimo centenario della fondazione di Napoli, il Teatro San Carlo ha scelto di sollevare il velo su un mistero rimasto per tre decenni confinato nel silenzio degli archivi: Partenope, l’unica incursione nel teatro d’opera di Ennio Morricone. Composta tra il 1995 e il 1996 su libretto di Guido Barbieri e Sandro Cappelletto, la partitura riemerge come omaggio a una città nata che, nel mito, non nasce da un gesto politico, ma dal corpo di una sirena. L’operazione, coraggiosa e intellettualmente densa, ha restituito un volto del compositore romano lontano dalle rassicuranti architetture melodiche del grande schermo, rivelando un autore profondamente intriso di quel rigore d’avanguardia coltivato negli anni di Nuova Consonanza.

Ph. Luciano Romano

La musica di Partenope è una “musica assoluta” che non si piega alla narrazione, ma si fa essa stessa mito. Morricone rinuncia alla brillantezza dei violini per scavare nelle frequenze dell’ombra: un’orchestra priva di archi acuti, dominata da viole, contrabbassi, un nutrito comparto di legni e un arsenale di percussioni che evocano un Ade materico e ancestrale. La trama, frammentata e simbolica, segue la sirena — qui intesa nella sua accezione arcaica di donna-uccello — nel suo viaggio verso le profondità alla ricerca di Persefone, nel suo legame con Melanio e nella caduta finale che genera la città. È una partitura che respira le atmosfere di Ligeti e Nono, procedendo per blocchi sonori e trasparenze vitree, dove la vocalità estrema si fonde con una tessitura strumentale d’algida bellezza.

L’allestimento scenico è stato affidato a Vanessa Beecroft, la cui cifra stilistica — il tableau vivant — ha trovato in Partenope un naturale terreno d’elezione. La regia della Beecroft, alla sua prima prova lirica, ha trasformato il palco in un non-luogo ascetico, popolato da figure statuarie e corpi velati che richiamano la plasticità del barocco napoletano più segreto. I cantanti, fermi ai leggii e avvolti in bianchi pepli, sono diventati parte di un’installazione d’arte contemporanea, dove il movimento è appena accennato e il tempo sembra dilatarsi fino a farsi immobile. Notevole la coreografia di Danilo Rubeca, che ha saputo dare corpo a questa stasi sacrale, culminando in una visione marina finale di rara suggestione visiva.

Ph. Luciano Romano

Sul piano vocale, l’opera si regge sul gioco speculare di due soprani di assoluto rilievo: Jessica Pratt e Maria Agresta. Le due interpreti hanno dato voce alla natura duale di Partenope, intrecciando linee melodiche rarefatte e impervie che si sovrappongono senza mai dialogare davvero, come due facce di una stessa divinità. Se la Pratt ha brillato per la limpidezza siderale dei suoi acuti, la Agresta ha infuso al personaggio una cantabilità intensa e sofferta. Accanto a loro, il tenore Francesco Demuro conferisce a Melanio una nobiltà d’accento che è emersa con forza nei suoi brevi interventi, mentre la voce registrata di Désirée Giove ha sottolineato la distanza metafisica di Persefone.

A fare da necessario contrappunto alla rarefazione dell’Olimpo vocale interviene Mimmo Borrelli nel ruolo del narratore. Con la sua recitazione viscerale e il ricorso a un napoletano antico e terragno, Borrelli ha ancorato il mito al suolo della città, agendo come un bardo popolare che commenta l’eterno con la lingua del presente. La sua presenza ha creato un ponte emotivo tra l’astrazione della musica colta e il sangue pulsante della tradizione locale, richiamando certi echi della teatralità di De Simone.

Ph. Luciano Romano

La direzione di Riccardo Frizza è stata impeccabile nel governare una materia sonora così eterogenea. Con precisione chirurgica, Frizza ha bilanciato l’esuberanza delle percussioni con la fragilità dei flauti dolci, garantendo una coerenza stilistica che ha reso intelligibili i complessi tracciati morriconiani. Il Coro del San Carlo, preparato da Fabrizio Cassi, ha partecipato al rito con compattezza, alternando il greco antico a interventi che hanno agito come base strumentale.

Al termine della rappresentazione, il pubblico ha risposto con un applauso denso, sebbene venato da quello smarrimento che accompagna spesso le opere di pura ricerca. Non è stata una serata di facile fruizione: la Partenope di Morricone non cerca il consenso, ma la riflessione. È un’opera-rituale che trasforma il San Carlo in una galleria d’arte dove Napoli si specchia nelle sue origini più oscure e sublimi. Un tributo che, nel celebrare i 2500 anni della città, ha avuto il merito di non scivolare nel pittoresco, scegliendo la via più ardua e necessaria: quella del sacro.

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