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Anna Pirozzi incorona una Turandot che il palcoscenico continua a tradire Napoli, Teatro di San Carlo — Turandot di Giacomo Puccini, ripresa dell’allestimento di Vasily Barkhatov, direzione di Vincenzo Milletarì, 5 luglio 2026

La Redazione

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Autore di +Plus! Magazine

Di Luca De Lorenzo

C’è una principessa di ghiaccio, al San Carlo, che il gelo non lo recita: lo possiede. Ed è lei, prima di ogni altra considerazione su questa ripresa, a dover aprire il discorso critico sulla serata.
Anna Pirozzi affronta Turandot con un’autorità vocale che va ben oltre la buona prestazione: è dominio pieno del ruolo, nella proiezione come nella tenuta. Il volume non cede mai, ma soprattutto non è mai fine a se stesso resta sempre al servizio della linea, del fraseggio, della tensione dell’enigma. È raro sentire un soprano capace di attraversare “In questa reggia” senza la minima incrinatura nel registro acuto e, allo stesso tempo, di restituire nella zona centrale una morbidezza di suono che il personaggio, sulla carta, non richiederebbe nemmeno. Pirozzi trova esattamente il punto di equilibrio che rende credibile la Turandot pucciniana: ferocia vocale che non diventa mai gridato, autorità che non scade nella freddezza sterile. È, senza esitazione, il centro di gravità di questa recita, e da sola giustificherebbe la serata.

Sul fronte opposto, l’allestimento di Vasily Barkhatov continua a porre un problema che, a distanza di tre anni dal debutto, resta irrisolto non per mancanza di idee, ma per eccesso. L’intuizione di fondo, spostare Turandot fuori dall’iconografia orientalista di maniera per raccontare una crisi di coppia contemporanea, resta legittima e persino stimolante sulla carta: il teatro d’opera ha bisogno di registi che rischino letture non convenzionali, e va riconosciuto a Barkhatov il coraggio di non rifugiarsi nel cliché. Il problema nasce nell’esecuzione drammaturgica, non in quella tecnica: l’accumulo di riferimenti visivi eterogenei dal thriller al fantasy, dal fumetto al racconto gotico finisce per produrre rumore invece che significato. Un’idea concettualmente interessante avrebbe avuto bisogno di un vocabolario narrativo più selettivo per comunicare con chiarezza; qui, invece, ogni personaggio sembra rispondere a una logica citazionista diversa dall’altro, e lo spettatore si trova a decifrare simboli invece che lasciarsi guidare da un racconto coerente. Il meccanismo scenico auto e sala operatoria che salgono e scendono senza reale coordinamento con l’andamento musicale è il sintomo più evidente di questa dispersione narrativa: un gesto scenico che potrebbe essere potente, ma che qui resta meccanico, slegato dal respiro della partitura. Va invece riconosciuto un merito netto sul piano puramente visivo: scene di Zinovy Margolin e costumi di Galya Solodovnikova raggiungono un impatto da vero colossal, con una resa materica e scenotecnica di grande impressione fisica sul palcoscenico. È un allestimento che, isolato dalla domanda “che cosa vuole dire”, sa semplicemente imporsi per potenza visiva il paradosso di questa produzione è tutto qui: l’imponenza della macchina scenica non basta a rendere coerente il racconto che dovrebbe sostenere.

Brian Jagde offre un Calaf di sostanza pucciniana, capace di reggere la tessitura acuta con squillo genuino: il suo “vincerò” nel finale del terzo atto chiude in modo convincente, pur senza raggiungere la statura interpretativa della sua partner di scena. Pretty Yende, chiamata a un repertorio lirico-spinto probabilmente ai margini della sua natura vocale più autenticamente belcantistica, mostra i limiti attesi nei momenti di massima tensione drammatica di Liù, pur con episodi di indubbio buon gusto timbrico. Sul podio, Vincenzo Milletarì propone una lettura nitida e ben scandita, che privilegia il controllo formale rispetto all’abbandono coloristico: una scelta legittima, che restituisce chiarezza architettonica alla partitura anche a costo di una minore evocazione atmosferica nei momenti più “orientali” della scrittura pucciniana. Tra un’idea registica che meritava più disciplina esecutiva e un’interpretazione vocale, quella di Pirozzi, che da sola vale il prezzo del biglietto, questa Turandot resta uno spettacolo a due velocità. Non è un capolavoro compiuto, ma nemmeno un’operazione da liquidare senza appello: è il tipico caso in cui il pubblico esce dal teatro portando a casa cose diverse a seconda di cosa era andato a cercare — chi cercava una lettura scenica memorabile resterà deluso, chi cercava una voce capace di restituire intatta la statura tragica della principessa di gelo avrà, in Anna Pirozzi, una risposta piena.