Architettura e Paesaggio

Il castello di Avellino

Giuseppe De Pascale

Giuseppe De Pascale

Scrivo di “castelli” perché mi appassiona questa architettura storica e studio per capirne di più. Scrivo anche di architettura e paesaggio guardando cosa vedo quando ci passo o ci sono dentro.

Il castello di Avellino. Per difendersi dalla città e non per difendere la città. Comunemente i castelli (quando ci sono) si vedono da lontano. Le vedute urbane di insieme sono caratterizzate dalle posizioni eminenti e apicali di torri e mura che sembrano ordire e tirare le fila delle strade urbane sottostanti. Per Avellino non è così. Il capoluogo irpino sorge in una grossa conca, in cui non c’è un castello che domina e presidia la città. Nessuna similitudine con i ruderi del castello di Arechi di Salerno né tantomeno con il forte spagnolo sulla collina di Sant’Elmo o degli altri castelli di Napoli, ma neppure qualcosa di simile all’arcigna forma chiusa della beneventana Rocca dei Rettori.

Dei capoluoghi di provincia campani, e della loro fase di incastellamento resta Caserta che, seppur nell’immaginario paesaggistico urbano è legata alla sua reggia da dispotismo illuminato, reca nel suo toponimo di “casa erta” il riferimento alle strutture fortificate sulle colline della città vecchia.

Ad Avellino invece il castello lo devi cercare per scoprire che c’è ed ha una sua storia in ogni caso millenaria.

Una delle prime descrizioni della città, quella del geografo arabo Edrisi, al tempo del normanno re Ruggiero, definiva Avellino piccola come un castello. Si riferiva evidentemente al nucleo primigenio: quello formatosi in maniera residuale e arroccato sulla cosiddetta “collina della terra”.

Dopo il terremoto del 1980 studi storici urbani, supportati dalle possibilità di lettura stratigrafica, per le indotte demolizioni della ricostruzione post-terremoto, hanno confermato il racconto di un piccolo nucleo urbano di Avellino, formatosi molto probabilmente sulle strutture di un pregresso sito romano, di origine militare e in seguito ruralizzatosi. Storicamente è collocabile nell’ambito della espansione longobarda nelle terre interne del Sud. Tuttavia è possibile affermare che ad Avellino non è mai esistito un castello longobardo. Vi era un borgo fortificato documentato tra il 764 e il 769 e che, nella sua fase primordiale, coincideva grosso modo con la parte Sud-Ovest dell’abitato storico attuale, quello che trova limite verso la odierna Torre dell’Orologio della quale è noto che le costruzioni della torre stessa appartenevano proprio a quell’originario impianto fortificato.

Il castello di Avellino, invece, ascende storicamente al periodo e all’avvento delle conquiste normanne del Sud Italia. Per la prima volta nel 1152, in un atto di cessione, si specifica, qui est proprio ipsum castello  ad rivum qui dicitur Cupo.

La struttura fortificata si pose esterna e a ridosso del nucleo della Terra. In un’ubicazione orograficamente non dominante l’abitato cittadino esistente. Quasi a doversi difendere dalla città e non a difendere la città. Il castello sorse su di una sorta di appendice collinosa posta ad Est delle ripe scoscese della Terra longobarda. Un luogo che gli scavi e i ritrovamenti archeologici del primo decennio del 2000 portano a prefigurare come un sito di antiche sepolture funerarie.

Il posto era naturalmente difendibile, per la sua conformazione elevata rispetto alla strada e ai cui piedi scorrevano i due storici corsi d’acqua di Avellino: quel Rio Cupo che, dopo aver delimitato a Nord la collina del Castello, confluiva nel Torrente Fenestrelle, il cui corso, bordava da Sud, l’altro versante del sito fortificato.

Tra le due alture, quella urbana della Terra e quella del sorgente Castello, restava un vuoto, un distacco, il balium mlilitum, un recinto militare da cui il cosiddetto “vaglio”, l’attuale largo Castello. In successione, slargo e poi fossato, davano alla fortificazione distanza di dominanza rispetto al minuto nucleo urbano. Erano queste caratteristiche proprie dell’architettura militare normanna, alla cui gente apparteneva quel Giacomo Sanseverino conte di Avellino, uno degli uomini importanti del regno presente all’incoronazione romana di Federico II di Svevia il 22 novembre del 1220.

La struttura del castello avellinese esula da tipizzazioni precostituite, per impianto planimetrico può vagamente ricordare quella parte di cinta muraria Nord del Castello di Rota, l’odierna Mercato San Severino. Ma le similitudini finiscono qua.

Mastio o ridotto difensivo interno, struttura palaziata, mura di cinta scarpate, sono tutti stilemi che si rinvengono nelle vestigia di questo edificio che ebbe, tutto sommato, vita breve come fortificazione.

Leone funerario (I sec. A.C.) rinvenuto negli scavi archeologici del castello 2008

Dopo il periodo svevo angioino, il castrum Avellini è annotato nella lista dei castelli Curiali, quelli che nella riforma federiciana, dovevano passare dalla disponibilità d’uso dei signori locali a quella territoriale della corona.

In epoca aragonese le nuove tecniche militari, con l’avvento d’uso della polvere da sparo, molto probabilmente decretarono la dismissione bellica del sito avellinese.

Nei secoli a venire dal XVI secolo in poi tutti quelli che ebbero in uso e disponibilità il castello, ne vollero fare altro. Fu allora il Castello Nuovo della nobildonna Maria de Cardona, cui si dovette la commissione di acquisto di ben 10.000 embrici nella vicina Atripalda nel 1539.

Divenne il palazzo voluto dal principe Camillo Caracciolo tra Cinquecento e Seicento, alla sua azione costruttiva si deve l’immagine che del sito si rinviene nella nota raffigurazione della città tratta da Il Regno di Napoli in prospettiva, di G.B. Pacichelli del 1703. Tuttavia, al tempo della raffigurazione iconografica del Pacichelli, la storica costruzione molto probabilmente già non esisteva come rappresentata in quell’incisione. Il castello palazzo aveva dovuto subire le azioni di saccheggio dei moti masanelliani del luglio 1647, cui seguirono i danni indotti dalla terribile sequenza di terremoti del 1688, 1694 e 1702. Ad inizio Settecento fu sancito lo smantellamento di quello che restava dell’antico castello e poi residenza signorile.  Il nuovo e futuro palazzo Caracciolo edificato nel 1710 sullo slargo della futura piazza Libertà, nella sua costruzione si giovò dell’intensa attività di materiali di spoglio tratti proprio dal vecchio castello.

Scorcio dei ruderi del Castello di Avellino

Nel 1808 in un atto pubblico si legge che il Castello antico e diruto dell’Illustre Principe d’Avellino è un luogo dove ordinariamente e da molti anni si portano a spannare ed asciugare le biancherie che si lavano ne’ luoghi convicini.

L’originario sito del castello nel tempo, passò da opificio per la produzione di panni, ad essere oggetto di svariate ipotesi di trasformazione: da carcere circondariale, fino all’auspicata distruzione in quanto castello avanzo di barbarie e di servaggio, da convertire a sede di nuove scuole, mercato e autostazione».

La storia del Castello di Avellino può pienamente apprendersi dalla lettura del denso studio del professore Francesco Barra, dal titolo Dal Castello al palazzo. Il Castello di Avellino. Terebinto edizioni.

foto: Le rovine del “Castel vecchio” acquerello di Abraham-Louis-Rodolphe Ducros 1792 circa – Viaggio al Sud. Acquarelli di Louis Ducros (1748-1810) conservati nel Cabinet des stampes del Rijksmuseum di Amsterdam.

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