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Timi riscrive Shakespeare…tra delirio pop e sublime malinconia

Luca De Lorenzo

Luca De Lorenzo

Bass/Baritone, nato a Napoli nel 1987,si è diplomato presso il Conservatorio San Pietro a Majella ed in scenografia all' ABANA. Ha debuttato come cantante in diversi ruoli in teatri italiani ed esteri, dirige Festival musicali, si occupa di scenografia e regia. Come Attore ha lavorato per il teatro e la televisione. Si occupa di divulgazione musicale in teatro e nelle scuole.

Il Bardo in gabbia e l’elogio della Follia: Timi riscrive Shakespeare.

NAPOLI – C’è un momento, nel teatro italiano contemporaneo, in cui l’atto scenico smette di essere rappresentazione e diventa liturgia pagana, confessione pubblica, sabba intellettuale. Quel momento coincide quasi sempre con l’ingresso in scena di Filippo Timi. Al Teatro Bellini di Napoli, con il suo Amleto², Timi non si limita a portare in scena un classico: lo cannibalizza, lo digerisce e lo restituisce al pubblico sotto forma di un “trip” allucinatorio, confermandosi definitivamente come il genio più anarchico, magnetico e indispensabile del nostro panorama artistico.

Dimenticate la Danimarca uggiosa e i castelli di pietra. L’Elsinore di Timi è una gabbia da circo dai colori acidi, uno spazio mentale claustrofobico dove la tragedia shakespeariana viene tritata nel frullatore della cultura pop. Qui, l’essere o non essere non è più un dubbio, ma una condanna alla noia. L’Amleto di Timi è un principe annoiato, un ribelle che ha perso la voglia di amare Ofelia, di vendicare il padre, di stare al gioco. È un eroe stanco della sua stessa leggenda, che preferisce citare Mara Venier piuttosto che la filosofia scolastica, mescolando Pacciani e simboli partenopei (dal Maschio Angioino ai vicoli bui) in un pastiche (insieme di generi) che è puro “delirio organizzato”.

Ph. Annapaola Martin

Timi, in questo lavoro, tocca vette di istrionismo che sanciscono la sua maturità artistica assoluta. È un matador che gioca con il testo sacro, lo stravolge con una comicità surreale e trash, per poi colpire allo stomaco con improvvisi lampi di dramma intimo. La follia di Timi non è recitata, è incarnata: un meccanismo di difesa contro la banalità del reale, un urlo furibondo tra risate e brividi.

Ma in questa giostra di mostri e passioni, c’è una luce che brilla di una frequenza diversa, eterea eppure potentissima. È quella di Marina Rocco, le cui doti attoriali in Amleto² raggiungono una raffinatezza cristallina. A lei tocca il compito (impossibile per chiunque altro) di incarnare lo spettro del padre sotto le spoglie di una Marilyn Monroe svampita, alla ricerca dell’Oscar per la “miglior morte”.

La Rocco si muove sulla scena con un’eleganza retrò che lascia senza fiato, evocando il glamour malinconico delle dive anni ’50. La sua non è una caricatura, ma un’operazione di cesello: i suoi tempi comici sono perfetti, quasi musicali, capaci di controbilanciare la furia dionisiaca di Timi con una leggerezza che sa di cipria e polvere di stelle. È una presenza scenica che incanta, una “spalla” che diventa colonna portante, dimostrando una bravura eclettica e una grazia che innalza il livello dello spettacolo dal grottesco al sublime.

Ph. Annapaola Martin

Intorno a loro, un cast di altissimo livello – da una Lucia Mascino impetuosa e carnale a una poliedrica Elena Lietti – danza sulle rovine della tragedia. Ma è la sinergia tra il genio “mostruoso” di Timi e la classe diafana della Rocco a creare il vero corto circuito emotivo.
Amleto² è uno spettacolo che divide, che provoca, che non lascia scampo. È una riflessione feroce sul teatro, sulla finzione e sulla vita che ci scorre addosso mentre siamo impegnati a recitare parti che non abbiamo scelto. Filippo Timi ci ricorda che il teatro non è un museo, ma un corpo vivo, pulsante e talvolta osceno. E finché ci sarà lui a scardinare le gabbie della convenzione, il teatro italiano sarà salvo.
In scena al Teatro Bellini di Napoli fino al 7 dicembre.

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