Fotografia e arti visive

Il corpo delle donne come campo di battaglia, il fotogiornalismo di genere di Cinzia Canneri

Antonia Di Nardo

Antonia Di Nardo

Per me la vita è un continuo stupore, sarà la mia tendenza al surrealismo. Sarà la convinzione, come diceva Frida Kahlo, che "Il surrealismo è la magica sorpresa di trovare un leone in quell'armadio in cui si voleva prendere una camicia.

La fotogiornalista italiana, Cinzia Canneri originaria di Follonica (GR), ha vinto il prestigioso premio World Press Photo Contest 2025, per la sezione Africa categoria Progetti a Lungo Termine con il portfolio Il corpo delle donne come campo di battaglia. Ho fatto con lei, per i lettori di Plus magazine, una chiacchierata per capire quali siano le motivazioni di un coraggioso fotogiornalismo e quale la poetica e la formazione di una fotografa di cui continueremo, sicuramente, a sentir parlare negli anni.

L’interesse di Cinzia Canneri nei confronti dapprima delle donne eritree sorse quando criticamente notò che, rispetto agli uomini, le donne migranti che raggiungevano l’Italia erano in numero sensibilmente inferiore e si interrogò, di conseguenza, sulle dinamiche di genere del fenomeno migratorio. Il Corno d’Africa, dopo aver subito anni di colonizzazione da parte degli italiani e degli inglesi, ha continuato ad essere teatro di sanguinose guerre interetniche e di indipendenza oltre che di contesa geopolitica per la ridefinizione dei confini.

Dall’Eritrea, in seguito allo scoppio della guerra nel Tigray nel 2020, l’attenzione del suo obiettivo si è ampliata alle donne tigrine, che hanno subito violenze sessuali. Cinzia si è accorta presto che la violenza sulle donne era usata, sia da parte dell’esercito eritreo che da quello etiope, anche come arma politica, un mezzo per assicurarsi un insensato e crudele equilibrio di guerra, per creare terrore, immobilismo e punizione da qui la costatazione che in questa guerra si usa il corpo delle donne come campo di battaglia.

Axum, Tigray, Ethiopia. 4 April 2019.
Mikal (22) showing the scars caused by a bullet shot during a military exercise in Eritrea. The incident was reported as accidental, but since it occurred after the Eritrean police stopped Mikal during her attempt to escape to Ethiopia, it is highly likely that the shot was intentional and intended as a punitive act.
In fact, girls attempting to flee Eritrea are often shot in the stomach by military police to prevent them from having children. Mikal had made three previous attempts to escape from Eritrea but was always captured at the border. The injury has caused her multiple health issues but she is nonetheless traveling alone and hopes to reach Europe.
The United Nations Human Rights Council reports that violence against women and girls is widespread and indeed notorious in military training camps (“Report of the commission of inquiry on human rights in Eritrea”, June 2015).
The photo is a posed portrait. Mikal is a fake name.

«Il corpo delle donne diventa un campo di battaglia. L’esercito eritreo ha usato la violenza sessuale sia per punire le donne eritree che fuggivano dal loro Paese, sia come strumento di annientamento contro le donne tigrine. La violenza di genere, in questi contesti, viene utilizzata come un’arma politica». Così afferma Cinzia per spiegarci la sua visione degli stupri ripetuti sulle donne del Corno d’Africa e della violenza perpetuata in ogni forma sul genere femminile in queste regioni del mondo.

Le donne sono violentate da soldati eritrei ed etiopi, usate come schiave del sesso, le loro figlie, spesso, ustionate. A ciò si aggiunge lo stigma della famiglia, della maggior parte dei mariti, che, in seguito alla violenza, le rifiutano ed abbandonano. Molte donne, per questo, non hanno nemmeno raccontato alla loro famiglia di essere state violentate. Cinzia, cui molte hanno aperto il cuore con i loro racconti, le fotografa velate, per tutelarle da un destino cieco cui andrebbero incontro se ne riconoscesse, a causa delle immagini, l’identità.

Il corpo delle donne come campo di battaglia

Refugee camp in Sheraro, Tigray, Ethiopia. 21 December, 2023.
Schoolchildren playing with well water after school. Schools have re-opened, albeit in a limited way, with the end of the war, offering the children increased socialization. Attending school gives them not only learning but also emotional and social stability during childhood and adolescence. According to Unicef, children who attend school are less at risk of exploitation, sexual violence, early marriages and child labor (“Programmes: Child Protection”, November 2023). In Tigray, respecting the right to education remains a grave problem: schooling is still unavailable or else only intermittently available. According to data from the Ethiopia Education Cluster, the corrosive mixture of two years of conflict and the Covid-19 pandemic has made the Ethiopian educational crisis perhaps the worst one in the world (“Serious educational crisis in Ethiopia”, Save the Children, 2023; “More than 2.3 million children out of school in Northern Ethiopia despite peace agreement”, Save the Children, April 2023).
The people involved in the photo gave their consent for its publication after being informed about the purpose of the project in which it would be used.

Come è riuscita a conquistare le donne fotografate e ad entrare in sintonia con loro facendosi raccontare le brutalità subite che non erano riuscite a confessare neanche ai loro più intimi familiari?

«La fiducia, in frangenti del genere, si guadagna grazie al lavoro di squadra. Il mio team e io siamo entrati di fatto a far parte della diaspora eritrea e tigrina diventando di fatto un anello di questa comunità. Conosco nomi, cose, fatti, che mi hanno concesso di acquisire l’appartenenza. Questa è, forse, la mia più specifica caratteristica, entrare in relazione con l’altro, da sempre.

Ci hanno anche premiati, in Africa, probabilmente proprio perché si percepisce la nostra autentica partecipazione alle vicende comunitarie della gente che incontriamo. La squadra riceve un premio, da parte dell’Associazione “Camille Lepage – On est ensemble” una borsa di 8.000 euro, che ha dato altra linfa al progetto in atto, oltre alla gratificazione di un riconoscimento di un merito, da parte di un’associazione dedicata a Camille Lepade, una donna, fotogiornalista, che ha perso la vita per testimoniare, in Africa,  il silenzio in cui si dibattono le popolazioni di paesi in guerra, troppo lontane dalla gente comune per smuovere i redattori (come si legge nel sito dedicato a Camille)»

Military camp in Neblet, Tigray, Ethiopia. 7 April 2024.
Female soldiers cheer for the strength of the Tigray people. Marhawit (21), in the center of the photo, is the leader of the group of female soldiers, urging them to feel strength and self-confidence in their mission to liberate the Tigrinya people. Leaders play a very important role not so much in military training, but in emotionally supporting their fellow soldiers.
Many of them are minors who enlisted because they felt safer in the army than in their villages, which were devastated by Ethiopian, Eritrean, and Amhara militia soldiers. The number of minors in the Tigray army is high, as it was mainly the girls at greater risk of sexual violence and without children to care for who chose to fight.
Marhawit says: “I am here for each one of them, at any time and for any need, because without one of them, I feel like I lose a part of myself and my dream of seeing a different future for each of us”.
The girls involved in the photo gave their consent for its publication after being informed about the purpose of the project in which it would be used.

Cosa comporta l’appartenenza a livello emotivo?

«La relazione con il loro dolore non solo è solo empatia. È una relazione più diretta ed emotiva. Rispetto a quando svolgevo la professione di psicologa, in cui per necessità professionale dovevo essere quanto più distaccata possibile, dietro l’obiettivo ho anche pianto. Rispetto al mio lavoro diQuesta profondità nell’emotività non vale solo per il dolore. C’è un’autenticità, che arriva nella sua interezza, vale per tutte le altre emozioni, come la gioia. Mi spiego: il dolore è sordo e forte, ma anche la gioia è una felicità che arriva con la stessa intensità.»

Le donne africane fotografate sono consapevoli di far parte di una “visione” di una testimonianza che è messaggio per il mondo?

«Le donne fotografate hanno subito stigma importanti. La maggior parte delle donne di cui si è conosciuta la storia della violenza subita, sono lasciate dai mariti, mentre molti uomini arruolati in guerra, invece, non sanno nulla delle violenze sulle proprie donne. Racconto spesso di una donna, violentata e a cui avevano ustionato la figlia, a cui io stessa ho chiesto perché mi raccontasse quello che aveva tenuto nascosto a tutti. Lei mi ha risposto “per dare parole, per dare voce a quello che è successo”. In una situazione di tabù, per le conseguenze devastanti che ne derivano, anche solo il racconto diventa liberatorio.

Non penso sia importante che le donne fotografate siano più o meno consapevoli, ma so che il cambiamento personale di un’unica donna vale come cambiamento per le altre, per gli altri. Il racconto dal momento in cui diventa parola, segno, diventa anche per gli altri potenziale cambiamento.» Cinzia racconta di donne che resistono, nonostante tutto, molte di loro tra le donne violentate si rimboccano le maniche, vanno avanti in qualche modo anche cercando la rinascita, ad esempio, seguendo lezioni agricole.

Il suo progetto ora sta facendo il giro del mondo. Lo potremmo definire un progetto di pace?

«Di fronte ad atrocità e disumanità di certe azioni legate alla guerra, non solo si testimonia la necessità della pace ma non si può smettere di chiederla e di pretenderla.»

Il corpo delle donne come campo di battaglia

Adigrat, Tigray, Ethiopia. 12 December 2023.
Tsige (39) and her daughter (5), Tigrayans, hug each other.
Tsige was raped by three Eritrean soldiers in Zalambesa when the war began. The violence occurred in front of her children and her husband, who then left her. Women raped during the war are almost always abandoned by their husbands. A few months after the Pretoria Peace Agreement (November 2022), her 5-year-old daughter was raped by an Eritrean soldier. This truce was arduously reached between representatives of the Ethiopian government and the Tigrayan military, but was not accepted by the Eritrean government which did not completely withdraw its troops. Those left behind were relocated to areas where they continued to abuse civilians, particularly to sexually abuse women and girls. According to data from the official Tigray Health Bureau, between November and December 2022, after the signing of the agreement, 852 cases of rape were reported in centers established to help survivors (“Ethiopia war in Tigray: Eritrean soldiers accused of rape despite peace deal”, BBC, February 2023).
Tsige and her daughter posed for the photograph. Tsige is a fake name.
They covered their faces to hide their identity. The people involved in the photo gave their consent for its publication after being informed about the purpose of the project in which it would be used.

Quando arriva la vera svolta nella sua vita?

«La vera svolta arriva quando intraprendo una masterclass di reportage al Wsp a Roma e inizio ad occuparsi a tempo pieno di fotogiornalismo. Il progetto “Come Due Ali” sulle vittime di amianto riceve un premio di eccellenza al Poy 2017 è pubblicato sul New York Times e ottiene il primo posto come Miglior Portfolio al Premio Umbria World Fest. E forse qui, conoscere la poetica di una donna eccezionale nel linguaggio visivo di foto denuncia della siciliana Letizia Battaglia, cambia davvero la mia vita.»

Probabilmente, Cinzia sente quella risonanza, quel destino comune cui non può sottrarsi. Non lo sa ancora, ma il suo dono sta per palesarsi al mondo. La capacità di rendere l’orrore di una denuncia, attraverso delle immagini che, nonostante il racconto terribile che sottendono, hanno armonia e sono belle! È il dono della sublimazione. È l’amore che mette nel raccontare il corpo delle donne come campo di battaglia e dare una dignità a quei corpi, a renderli amati e rispettati, come templi da venerare, che rende il suo lavoro un messaggio di speranza ed evoluzione nel cammino della violenza di genere.

Addis Ababa, Ethiopia. 1 December 2022.
Merhawit (31), Eritrean, ran away from Tigray to Addis Abeba when the war broke out.
With her three children, husband and brother she fled towards the Amhara region. At the time, she was a few months pregnant with her youngest child who was then born in Addis Ababa.
Soldiers captured her husband and brother during this flight; she still doesn’t know what happened to them.
The Amhara security forces and the Eritrean army in alliance with the Ethiopian federal army are responsible for a wave of mass detentions, killings and forced expulsions in Tigray.
There is now an effort to enforce the 2022 peace agreement in this northern Ethiopian region and to also seek justice for the victims and survivors of the conflict (“Crimes against Humanity and Ethnic Cleansing in Ethiopia’s Western Tigray Zone” Amnesty International e Human Rights Watch, April 2022).
Merhawit posed for the photo. She gave her consent for its publication after being informed about the purpose of the project in which it would be used.

Lei ha una formazione di tipo umanistico ed è laureata in psicologia. In precedenza ha anche svolto la professione. Secondo lei la sua formazione pregressa quanto ha influito sull’attenzione posta alle cicatrici che racconta nelle immagini?

 «Le cicatrici sono un segno di un dolore che rimane, ma che può essere superato, che viene superato. Tutto ciò che si supera è un fronteggiamento di emozioni diverse. Ti fermi, vai avanti e rifronteggi. Torni indietro e poi di nuovo vai avanti. Oggi la resilienza è proposta come “la soluzione”, sembra una favola in cui le persone sono felici, ma in realtà il fronteggiamento non toglie il dolore, se fosse così si diventerebbe anche stupidi. Superato un dolore si riesce a vivere, anche in modo positivo, ma non lo si può annullare.»

Tra i progetti attuali di Cinzia Canneri c’è una raccolta di fondi, anche attraverso la vendita di parte delle sue foto, che supporta un’associazione locale in Tigray che sostiene piccole attività lavorative per donne che hanno subito violenza sessuale. E, purtroppo, la troppa visibilità del premio appena ricevuto ha dei risvolti anche ostili poiché il governo federale non risponde ancora alla richiesta di nuovo visto inoltrato.

Um Rakuba refugee camp, Gedaref, Sudan. 4 June 2021.
Girls laughing together during a moment of leisure. Each of them has experienced very harsh and traumatic events, but their young age has allowed them to retain their vitality, which is especially expressed when they are in a group. The relationship with peers who have shared the same traumatic experiences enables them to find coping resources for facing difficulties, which are essential for projecting a positive outlook toward the future. Furthermore, being together in a group also provides protection against violence and fosters the development of self-confidence, which is crucial for asserting their gender identity. The girls discover they have a collective strength that supports them in handling daily challenges and the traumas they’ve experienced, creating a network that brings relief and a sense of empowerment. In many cases, these girls not only support each other, but also positively influence the surrounding community, becoming models of resilience and change.
The people involved in the photo gave their consent for the publication of it after being informed of the purposes of the project in which it would be used.

Per adesso, il suo percorso personale ci rassicura sul fatto che la crescita di un singolo individuo determini un salto evolutivo di consapevolezza per una vasta comunità e, in alcuni casi, dell’umanità.

Cinzia nel suo percorso personale ha sicuramente frantumato tutta una serie di pregiudizi come quello di poter avere la possibilità di una vita lavorativa totalmente diversa dalla precedente, con coraggio, di infrangere il luogo comune di non poter essere lontana da casa per alcuni momenti della sua vita, quando avrebbe avuto figlie ancora piccole per potersi dedicare al suo lavoro di fotoreporter.

Ed oggi, Alice ed Eva, quelle bimbe cresciute e diventate donne, non possono che essere fiere di una madre che ha dato loro la libertà di scegliere il linguaggio con cui esprimersi nel mondo. Cinzia lo ha fatto con un linguaggio non solo artistico ma anche tecnico, come può essere quello fotografico, sfatando un’altra fantasia di un mondo costruito sul dominio maschile, che la tecnica appartenga al maschio. Cinzia ha prestato i suoi occhi a tutte noi, a tutti noi, come solo un’artista e una reporter di grande spessore ed umanità poteva fare.

Complimenti a Cinzia Canneri e un sincero ringraziamento per la sua opera.