CinemaFilmModa

IL DIAVOLO VESTE PRADA 2: NON ICONICO MA REALE

Chiara Tamburrino

Chiara Tamburrino

Chiara Tamburino è una studentessa di giurisprudenza, da sempre appassionata di fashion design. Scrive per creare uno spazio in cui ogni trend trovi la sua misura: cucito su chi lo indossa, oltre il bagliore dei flash. "Ti ho riservato un posto in prima fila, per guardare le tendenze prendere forma."

IL PROSIEGUO DI UNA STORIA CHE CI HA FATTO SOGNARE OGGI CI RENDE CONSAPEVOLI

Vent’anni dopo uscita de il diavolo veste Prada, David Frankel, regista di questo sequel, ha colto una preziosa occasione: non provare a ricreare l’estetica che l’ha reso iconico ma dare voce al nostro tempo. Runway nel 2026 affronta lo stesso paradosso della moda contemporanea: rievocare il passato, svuotandolo però del suo significato. Non per mancanza di contenuti, ma per l’assenza di un pubblico disposto a rallentare per ascoltarli.

Ammettere che la quasi totale assenza di inclusività è stata ciò che ha reso il primo film iconico, e la storia di Andrea irraggiungibile, si scontra con una realtà in cui sembra tutto a portata di clic, una realtà in cui nessuno “ucciderebbe per quel posto”, non perché meno desiderabile ma perché facilmente sostituibile. il successo diventa un bene di consumo, e sono gli stessi protagonisti a raccontare questa realtà da prospettive opposte.

Miranda Priestly – il passato che rifiuta di diventare icona
Miranda Priestly rappresenta in questo film un passato che rifiuta di essere rimpacchettato, che accetta di essere profanato pur di non vedersi morire in un monumento innalzato in suo onore, ma cristallizzato, incapace di evolversi.
La scena del film che mostra l’opera dell’ultima cena di Leonardo Da Vinci, vede infatti la temuta direttrice del magazine specchiarsi nella raffigurazione di un Dio privo di aureola, umano e come tale fallibile, e se questo da un lato risponde alla pretesa di uguaglianza di questo ventennio, dall’altro ci mette di fronte alle conseguenze di un’uguaglianza solo apparente: l’ipocrisia.

Nigel Kipling – il valore del tempo
Nigel incarna una forma di successo ormai quasi obsoleta: quella costruita nel tempo, lontana dalla visibilità immediata. Il suo sacrificio non è spettacolare, non è condivisibile e per questo oggi poco desiderabile. Eppure è proprio quella resilienza invisibile a trasformarsi nella colonna portante di una storia duratura, smascherando la chimera del successo immediato.

Emily Charlton – la misura del valore
Emily parla dalla prospettiva di qualcuno perfettamente immerso nella nostra realtà: è produttiva, efficiente, veloce. Ma la sua produttività è anche il sintomo di un sistema che premia la performance più della profondità, schiacciando tutto ciò che non tiene il ritmo, ciò che non può immediatamente essere trasformato in capitale.
Emily non insegue il successo: lo produce. Ma in questa apparente padronanza si nasconde un limite insormontabile: l’impossibilità di distinguere ciò che ha valore da ciò che semplicemente funziona, e perciò in continua competizione con il passato.

Andy Sachs – la lealtà fuori tempo
Il sistema di valori che nel primo film l’avevano portata ad affermarsi Oggi non trova più spazio: integrità morale, coerenza e lealtà sembrano essere un ostacolo più che un punto di forza.
La protagonista così naïf d questo cult ce lo mostra in ogni dettaglio del suo personaggio: la sua corsa arrancante, l’agitazione continua nel tentativo di stare al passo, non fanno parte né del passato né del presente, ma si declinano in risultati totalmente diversi.

È possibile esistere senza snaturarsi? In una realtà che di proclama tollerante e inclusiva tutto è accettato… purché sia perfetto.