Pillole di sociologiaScienze umane e sociali

Erving Goffman e la vita quotidiana come rappresentazione

Adriano Russo

Adriano Russo

Sociologo, specializzato in criminologia critica, prevenzione e sicurezza sociale. Docente, formatore e progettista in ambito sociale e nei servizi integrati, adotta un approccio umanistico e sociologico nella scrittura e nella progettazione. "Credo nella trasparenza degli animi e delle coscienze".

Scena, retroscena e costruzione dell’identità nella sociologia di Erving Goffman

“La vita è un palcoscenico e noi siamo gli attori sociali”.

Questa celebre metafora sintetizza efficacemente l’approccio drammaturgico di Erving Goffman, uno dei principali interpreti della sociologia della vita quotidiana. Attraverso lo studio delle interazioni faccia a faccia, Goffman ha mostrato come l’ordine sociale non sia un dato naturale, ma il risultato fragile e continuamente negoziato di rituali, ruoli, aspettative e strategie di presentazione del sé.

La vita quotidiana è dunque una rappresentazione? Esiste un io autentico al di là delle maschere sociali, oppure l’identità è solo il prodotto delle parti che recitiamo nei diversi contesti?

Queste domande attraversano l’intera riflessione goffmaniana e restano centrali per comprendere le dinamiche della società contemporanea.

La società come teatro: ruoli e definizione della situazione

Per Goffman la società è composta da una miriade di micro-interazioni, ognuna delle quali funziona come una piccola rappresentazione teatrale. Gli individui, in quanto attori sociali, mettono in scena ruoli che non dipendono esclusivamente dalla loro volontà, ma dalle aspettative sociali associate alle posizioni che occupano. Il ruolo sociale non è semplicemente ciò che una persona è, ma ciò che deve apparire in una determinata situazione.

È nel momento in cui un ruolo viene interpretato, che si costruiscono le aspettative altrui e si consolida una definizione condivisa della situazione. In questa prospettiva, la realtà sociale non precede l’interazione, ma prende forma al suo interno . L’approccio di Goffman si colloca nella tradizione dell’Interazionismo Simbolico di George Herbert Mead e Herbert Blumer, secondo cui il significato delle azioni emerge dal processo comunicativo e dall’interpretazione reciproca degli attori.

Scena e retroscena: tra controllo e autenticità

Uno dei contributi più noti di Goffman è la distinzione tra scena (ribalta) e retroscena.

La scena è lo spazio dell’esibizione pubblica, del set, della rappresentazione identitaria, dove l’individuo controlla il proprio comportamento per offrire agli altri un’immagine, un ruolo coerente e socialmente accettabile di sé. Il retroscena, al contrario, è il luogo, il santuario privato della privacy, della sospensione del ruolo, dove l’attore può “abbassare la maschera” ed essere “sé stesso”.

Tuttavia, questa distinzione non implica necessariamente l’esistenza di un io autentico e stabile. Il retroscena non è tanto il luogo della “vera identità”, quanto uno spazio funzionale alla preparazione e alla gestione della rappresentazione. L’autenticità, se esiste, è sempre situata, temporanea e costruita socialmente.

“Salvare la faccia” : cosa si nasconde dietro l’interazione

Le interazioni quotidiane sono regolate e negoziate da rituali di etichetta sociale che permettono agli individui di riconoscersi reciprocamente, di misurare il grado di coinvolgimento possibile e di evitare il disordine sociale. Parlare, salutare, scusarsi, distogliere lo sguardo: sono tutte pratiche consuete apparentemente banali, ma fondamentali per il mantenimento dell’ordine simbolico e della ritualità dell’interazione come “porto sicuro”.

In questo contesto, Goffman introduce il concetto di “faccia a faccia”, intesa come l’immagine di sé che ciascun individuo mette in scena durante l’interazione. “Salvare la faccia” diventa un imperativo morale: una strategia attraverso cui gli attori cercano di evitare l’imbarazzo e le cosiddette “piccole tragedie sociali” definite da Goffman, ovvero il fallimento nel soddisfare le aspettative altrui.

Frame analysis e identità: il gioco dei mercanti morali

Con la Teoria del Frame o frame analysis, Goffman analizza le cornici di senso che permettono agli individui di interpretare ciò che sta accadendo. I frame definiscono “che tipo di situazione è questa” e stabiliscono i confini entro cui l’azione diventa intelligibile.

Gli attori sociali, consapevoli di queste cornici, cercano continuamente di controllare e manipolare le impressioni che gli altri si formano di loro. È per questo che Goffman li definisce, in modo volutamente provocatorio, “mercanti morali”: soggetti impegnati in una negoziazione identitaria continua della propria rispettabilità, della propria credibilità e del proprio valore simbolico nello spazio sociale.

Identità, imbarazzo e distanza dal ruolo

L’identità, in questa prospettiva, non è una sostanza interiore, ma un effetto drammaturgico prodotto dall’interazione. Essa si costruisce nel passaggio continuo da un ruolo all’altro, da una maschera all’altra. L’imbarazzo rivela proprio la fragilità di questo processo: quando la rappresentazione fallisce, l’ordine sociale mostra le sue crepe, i suoi intoppi di socializzazione.

La distanza dal ruolo rappresenta allora l’unico possibile spazio di resistenza, il tentativo dell’individuo di non coincidere completamente con la parte che gli è stata assegnata. Eppure, anche questa presa di distanza è socialmente regolata, mai del tutto libera e spontanea.

Le istituzioni totali e la destrutturazione del sé

La riflessione di Goffman si estende infine alle istituzioni totali – come carceri, ospedali psichiatrici – luoghi in cui la distinzione tra scena e retroscena viene sistematicamente sospesa e annullata. In questi contesti, l’individuo subisce un processo di disculturazione del sé, attraverso pratiche di spoliazione e alienazione identitaria, congiunte a processi di etichettamento e di controllo totale. La perdita della privacy, dell’autonomia e della possibilità di un retroscena produce una vera e propria disumanizzazione. Non a caso, gli internati sviluppano contro-tecniche di resistenza simbolica per difendere frammenti di identità e spazi minimi di libertà.

Riflessioni moderne

La sociologia di Goffman ci invita a guardare la vita quotidiana come il luogo privilegiato in cui si costruisce la realtà sociale. Non esistono interazioni neutre, né identità naturali: tutto è frutto di rappresentazioni, rituali e negoziazioni continue. In un’epoca segnata dall’esposizione permanente e dalla moltiplicazione delle “scene” digitali, il pensiero di Goffman appare oggi più attuale che mai. Comprendere le maschere che indossiamo non significa smascherarle definitivamente, ma acquisire consapevolezza dei meccanismi sociali che rendono possibile la convivenza quotidiana.

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