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Proverbi e Dizionario del dialetto di Capriglia Irpina

La Redazione

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Autore di +Plus! Magazine

Agostina Spagnuolo pubblica il suo libro “Proverbi e Dizionario del dialetto di Capriglia Irpina”, un lascito di tradizioni e sapere. Abbiamo avuto modo di intervistarla e farle qualche domanda per capire un po’ la sua storia e da dove nasce l’idea per questo libro.

  1. Quando e come è nata l’idea di dedicarsi a questo volume sul dialetto di Capriglia?

Ho iniziato da diversi anni ad occuparmi dello studio del territorio, per soddisfare il desiderio di conoscere la mia terra, la sua storia, i suoi luoghi, la toponomastica, l’origine del suo dialetto. Dalla mia prima ricerca in merito alle tradizioni e al periodo storico della mia infanzia, sono andata via via approfondendo tutto quanto cadeva nella sfera delle mie curiosità. Sono convinta che la curiosità intellettuale sia il motore di ogni conoscenza. E la conoscenza è un potente strumento di orientamento. È fondamentale sapere chi siamo, da dove veniamo, verso cosa vogliamo andare. 

L’intento è partito anche dal desiderio di lasciare questa eredità culturale alle generazioni future. Oggi si comunica poco in famiglia. Ai miei tempi, quando non c’era ancora la televisione – e parlo dei primi anni Cinquanta – le sere trascorrevano intorno al focolare ad ascoltare i racconti della nonna. Temevo di non avere il tempo di raccontare al mio nipotino le mie esperienze di vita. Così, ho pensato di scriverle e lasciarle come patrimonio a lui e a chi altri verrà dopo di me.

2. Ha un ricordo particolare o un episodio che l’ha spinta a raccogliere e valorizzare queste parole e modi di dire?

È stata la pubblicazione di altri autori irpini, miei amici, con i quali c’è un reciproco scambio culturale, ad invogliarmi verso questa ricerca. Notavo che in altri paesi irpini c’era un fermento di letteratura locale. Al mio paese mancava ancora una pubblicazione sul dialetto. In effetti, desideravo da sempre soddisfare la mia curiosità sull’etimologia delle parole, sul perché di certe espressioni. Ecco, è sempre la curiosità a stimolare il mio impegno. In merito ai modi di dire e ai proverbi, essi sono indicativi di un modo di pensare, di una cultura che va scomparendo: fermarli sulla carta è stato come fermare il tempo; è lasciare traccia di un mondo che, nel bene e nel male, è stato anche il mio mondo.

3. La sua formazione è molto ampia — dalle Scienze Biologiche all’insegnamento fino alla ricerca storica e linguistica. In che modo queste esperienze si intrecciano nel suo lavoro di scrittrice e studiosa?

Lo studio delle Scienze mi ha formato alla ricerca, mi ha fornito il metodo, quello scientifico, che è adatto ad ogni campo di indagine. Si dice che chi insegna impara due volte. È proprio così: attraverso l’insegnamento ho mantenuto vive le conoscenze acquisite e le ho approfondite e aggiornate insieme con i miei alunni, giorno per giorno. Ho sempre stimolato la loro curiosità, invitandoli a riflettere su tutto, a chiedersi il perché delle cose, a ri-costruire il sapere, a cercare da sé le risposte alle tante domande. Ho cercato di sviluppare in essi una mente libera, critica. La conoscenza è strumento di libertà. È bellezza coltivare interesse per la conoscenza, in tutti i campi, perché il sapere è unitario. Tutto è collegato. C’è una trasversalità tra i saperi che annulla la settorialità specifica dei singoli ambiti conoscitivi.

4. Qual è il cuore del suo libro e cosa si aspetta che i lettori imparino o portino con sé dopo averlo letto?

Per “cuore del libro” io intendo il sentimento che lo attraversa: è l’amore per il proprio territorio, che è anche amore di sé, perché il territorio siamo noi, ognuno di noi. Di un paese si può avere nostalgia anche senza andarsene via: nostalgia degli affetti che ci hanno nutrito lungo i nostri anni, lungo la nostra permanenza nel luogo dove il destino ci ha fatti nascere e provare gioie, dolori e tutti i sentimenti della nostra esperienza umana. “Racconta il tuo villaggio e racconterai il mondo” dice Tolstoj. Nel proprio villaggio c’è già tutto. Nelle relazioni umane è racchiuso il mondo. Dalla lettura del libro mi auguro che i lettori possano soddisfare anch’essi tante curiosità sul nostro dialetto, ma soprattutto che ne siano fieri, perché ogni dialetto ha la sua dignità, ogni “parlata” è una tessera di quel grande puzzle che è il mondo, di cui anche noi, nel nostro piccolo, siamo parte.

5. Come ha raccolto e organizzato i vocaboli, proverbi o forme dialettali presenti nel volume?

Ho effettuato una lunga ricerca, prima sui proverbi, che ho tenuto da parte per diverso tempo, poi sui vocaboli. Ho consultato altri vocabolari, come ho specificato in bibliografia. Ma il lavoro più duro è stato imparare a scrivere correttamente il dialetto, cosa per niente facile. Mi sono documentata leggendo diverse pubblicazioni sull’argomento: di linguistica, di dialettologia. Sia per i proverbi, sia per i vocaboli, ho seguito l’ordine alfabetico. Li ho riportati in dialetto con rispettiva traduzione in italiano, seguita da un breve cenno sul loro significato. Per i proverbi avrei potuto adottare il metodo tematico, ma ho optato per quello alfabetico, analogamente al vocabolario. Certamente non ho esaurito gli argomenti, data la vastità degli stessi. Perciò, ho lasciato le ultime pagine del libro in bianco, invitando i lettori a riportare altri detti e vocaboli di loro conoscenza, cosicché ognuno possa contribuire all’ulteriore arricchimento del libro.

6. Secondo lei, qual è il ruolo della lingua e dei dialetti locali nell’epoca della globalizzazione e della comunicazione digitale?

Premetto che la lingua italiana, la lingua nazionale che ci rappresenta nel mondo, deve essere coltivata e praticata il più correttamente possibile. Anch’essa, come tutti i dialetti italiani, è di origine latina, e altro non è che il dialetto fiorentino prescelto ufficialmente all’alba dell’Unità d’Italia. L’opera grandiosa di Dante Alighieri, in volgare fiorentino del Trecento, ne favorì la scelta. Del resto, già la Scuola siciliana, all’epoca di Federico II, aveva elevato a lingua letteraria quella locale, ossia la lingua parlata dal popolo. Attualmente, si è considerati analfabeti se, oltre alla propria lingua nazionale, non si conosce la lingua inglese, diventata internazionale negli ultimi decenni. Nonostante ciò, anzi direi in forza di ciò, la lingua locale va salvaguardata. Essa è l’espressione della nostra identità storica e culturale.

7. Sta già lavorando a nuovi progetti di ricerca o pubblicazioni legate alla storia, alla lingua o alla cultura della sua terra?

Sto lavorando alla storia dei caduti e dispersi nelle due guerre mondiali del Novecento, sempre del mio paese. Una storia da non dimenticare, per onorare i tanti giovani la cui vita si è fermata nel fiore degli anni, e perché essa sia di monito a quanti erroneamente pensano che la guerra sia lo strumento risolutivo dei conflitti.

8. Quale messaggio vorrebbe lasciare alle giovani generazioni riguardo al valore del dialetto e delle tradizioni locali?

Il dialetto e le tradizioni locali sono patrimonio immateriale di una collettività, sono la storia degli avi, le origini, i riferimenti per un orientamento. Sono sentimento. Mantenere vive le tradizioni è anche un ritrovarsi, un incontrarsi, un condividere. Dall’incontro nasce il confronto, e dal confronto emergono idee, progresso, crescita. Faccio mie le parole di Cesare Pavese, sicura che saranno condivise da tante persone: «Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

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Ludovica De Falco