Il San Carlo e l’ombra di Schiller una simmetria da mettere alla prova
Beethoven il 13 novembre, Verdi il 2 dicembre, Daniel Oren sul podio di entrambe le serate. Il Massimo napoletano apre la stagione 2026/27 nel segno del poeta di Marbach.
Ma quale Schiller arriva davvero in sala?
Le stagioni, si sa, nascono dal calendario; l’idea arriva dopo, a darle un senso. Il San Carlo, che il 4 novembre ha compiuto duecentottantanove anni e si avvia al duecentonovantesimo, ha trovato quest’anno calendario e idea nello stesso uomo. Daniel Oren dirige la Nona di Beethoven il 13 e 14 novembre e torna il 2 dicembre per Luisa Miller, che inaugura la stagione d’opera.
Il filo dichiarato è Friedrich Schiller: l’ode An die Freude da una parte, il dramma borghese Kabale und Liebe dall’altra. L’accostamento è legittimo, persino elegante. Ma le simmetrie da cartellone vanno prese sul serio, il che significa sottoporle a verifica.
Perché lo Schiller che approda a Napoli nel 1849 non è quello che nel 1784 faceva tremare le platee di Mannheim. Passa per le mani di Salvadore Cammarano, poeta di casa e uomo di borbonica prudenza, e ne esce limato. Spariscono la corte del principe e la sua favorita, Lady Milford, sostituita da una duchessa d’Ostheim assai più presentabile. Sparisce la scena del cameriere che racconta i sudditi venduti come soldati oltremare, il passo più feroce del dramma. Il Miller schilleriano, modesto musicista di città, diventa un vecchio soldato in ritiro. Il veleno politico si fa dramma di famiglia: resta l’intrigo, si attenua la denuncia. La Nona apre al San Carlo l’omaggio per il bicentenario della morte di Beethoven, il 26 marzo 2027, che proseguirà con l’integrale dei concerti solistici. Non un centenario, dunque, come pure si è letto: duecento anni esatti dalla Vienna del 1827. L’idea di mettere in musica l’ode di Schiller accompagnò Beethoven per trent’anni. Già nel 1793, a Bonn, un professore amico, Bartholomäus Fischenich, scriveva a Charlotte von Schiller che il giovane musicista intendeva comporre la Freude strofa per strofa. Il progetto approdò al Kärntnertortheater il 7 maggio 1824, con un autore ormai sordo che non udì gli applausi.
C’è un dettaglio filologico che vale più di molti discorsi sul “messaggio”. Nella prima versione dell’ode, quella del 1785, Schiller scriveva: Bettler werden Fürstenbrüder, i mendicanti diventano fratelli dei principi. Nella revisione del 1803, quella che Beethoven mise in musica, il verso divenne il più astratto Alle Menschen werden Brüder. Il mendicante e il principe, cioè la differenza di ceto, escono dalla poesia proprio mentre entrano nella storia. Ed è esattamente di quel conflitto che Kabale und Liebe parla: la figlia del popolano e il figlio del potente, che il mondo non lascerà essere fratelli né amanti.
Ecco, se si vuole, il vero ponte tra le due serate. Non un’unica utopia declinata in due modi, ma un verso cancellato: Beethoven canta la fraternità dopo che Schiller ne ha tolto il prezzo, Verdi mette in scena il prezzo.
Sul piano esecutivo, la Nona è il banco di prova più insidioso per un direttore cresciuto in teatro: tempi che Beethoven fissò al metronomo e che nessuno rispetta del tutto, un finale che può diventare cantata da sagra o architettura. Oren avrà con sé Louise Alder, e, Stefan Pop,Ekaterine Buachidz e Michele Pertusi, con il Coro preparato da Fabrizio Cassi. Pop e Pertusi ritroveremo in Luisa Miller: un dettaglio di locandina che fa più di qualunque nota di sala per tenere insieme i due appuntamenti.
Napoli, dicembre 1849
Luisa Miller andò in scena al San Carlo l’8 dicembre 1849, e la scelta di riaprire con essa la stagione appartiene a un disegno più ampio. Fino al trecentesimo anniversario, ogni inaugurazione sarà affidata a un’opera nata per questo palcoscenico: Verdi quest’anno, Donizetti nel 2027, Rossini nel 2028. È un modo intelligente di fare memoria senza fare museo, a patto che la memoria resti critica.
I rapporti tra Verdi e Napoli non furono idilliaci. Alzira, nel 1845, aveva lasciato un ricordo tiepido; il nuovo contratto fu negoziato tra ritardi, diffidenze e pretese dell’impresa. Eppure da questo clima nasce l’opera che chiude gli “anni di galera” e apre la strada a Rigoletto, appena due anni dopo.
È la terza volta che Verdi frequenta Schiller, dopo Giovanna d’Arco e I masnadieri, e non sarà l’ultima: Don Carlos verrà nel 1867. Ma qui per la prima volta il musicista abbandona l’affresco storico per la stanza di casa. Il primo atto ha una luce quasi agreste, da semiseria; il terzo si chiude in un interno, un padre e una figlia, una lettera estorta, un veleno.
Il duetto tra Luisa e Miller nell’ultimo atto, con la sua consolazione cupa e tenerissima, prefigura il rapporto tra Rigoletto e Gilda più di quanto la critica abbia di solito ammesso. E l’aria di Rodolfo “Quando le sere al placido” è il primo grande lamento verdiano in cui il tenore non è un eroe, ma soltanto un uomo tradito.
Per chi viene dalla Nona, poi, c’è una sorpresa: la sinfonia d’apertura è costruita su un unico tema, rigirato, variato, contrappuntato. È la pagina orchestrale più “tedesca” del Verdi giovane. Se Oren saprà farla suonare come musica pensata, e non come preludio d’occasione, il ponte con Beethoven avrà trovato una ragione musicale, oltre che letteraria.
Il direttore, il regista, le voci
Daniel Oren e Napoli si conoscono da quarant’anni: fu direttore musicale del San Carlo giovanissimo, a metà degli anni Ottanta, e guida da tempo il Verdi di Salerno. È un direttore di teatro nel senso pieno, con le virtù e i vizi del mestiere: istinto per il respiro della voce, gusto del colore, qualche indulgenza all’effetto. Luisa Miller gli chiede soprattutto misura, perché è un’opera che si rovina appena la si gonfia.
La nuova produzione porta la firma di Davide Livermore, regista abituato alle inaugurazioni e alle grandi macchine visive. Qui sta l’unico vero interrogativo della serata. Luisa Miller è un dramma da camera travestito da melodramma; regge male le scenografie che parlano più dei cantanti. Si spera che Livermore sappia ridurre, e lasciare al silenzio del terzo atto il suo spazio.
La compagnia è di prim’ordine. Mariangela Sicilia è Luisa, ruolo che richiede l’agilità del primo atto e la tenuta drammatica del terzo; si alterna con Marta Torbidoni. Rodolfo è Piotr Beczała, al suo debutto napoletano, in alternanza con Stefan Pop. Igor Golovatenko e Franco Vassallo si dividono la parte di Miller. Michele Pertusi e Gabriele Sagona sono il Conte di Walter, Marko Mimica è Wurm, Martina Belli è Federica. Orchestra e Coro del San Carlo, quest’ultimo diretto da Fabrizio Cassi. Le recite vanno dal 2 al 10 dicembre.
Non serve scomodare l’attualità per rendere necessari Beethoven e Verdi: lo sono da sé, e ogni volta che li si arruola in un editoriale si rischia di farne dei testimonial. Il merito di queste due serate è altrove. Mettono il pubblico napoletano davanti a un poeta tedesco letto in due modi opposti: trasfigurato in inno da un compositore che ne aveva già limato il verso più scomodo, ridotto a dramma di famiglia da un librettista che doveva fare i conti con la censura.
Se Oren riuscirà a far sentire questa distanza, invece di coprirla con la retorica della continuità, l’inaugurazione sarà stata qualcosa di più di un evento mondano. Sarà stata una lezione di storia della cultura, impartita nel solo modo che il teatro conosce: suonando.
