WERTHER – Teatro di San Carlo, Napoli, 20 maggio 2026
Regia: Willy Decker | Scene e costumi: Wolfgang Gussmann | Direttore: Lorenzo Passerini
Certi titoli non tornano: riemergono. E il Werther di Massenet che riprende posto sul palcoscenico del Teatro di San Carlo dopo quasi un ventennio di assenza lo fa con quella discrezione malinconica che è propria dell’opera stessa non con il fragore di un evento ma con la silenziosa insistenza di un pensiero che non si riesce a scacciare. La produzione scelta per l’occasione è quella firmata da Willy Decker con scene e costumi di Wolfgang Gussmann, già nota al pubblico partenopeo: un allestimento che nel tempo ha guadagnato lo statuto di classico moderno, non per anzianità ma per la coerenza radicale della sua visione.
Decker non illustra, non racconta, non ambienta. Sottrae. Lo spazio scenico viene spogliato di ogni referenza naturalistica e restituito alla sua funzione più essenziale: contenere o meglio, rendere visibile uno stato interiore. Il pavimento inclinato, la parete scorrevole che si apre sull’abisso, le poche sedie e i tavoli allineati con freddezza quasi burocratica: tutto concorre a costruire un’architettura dell’anima piuttosto che una scenografia nel senso convenzionale del termine. In questo universo rarefatto i personaggi si muovono come figure in un sogno presenti eppure irraggiungibili, vicini eppure separati da distanze che nessun gesto riesce a colmare. È una lettura dell’opera come implosione progressiva, come smottamento lento e inesorabile verso il silenzio finale: Werther adagiato al termine della vicenda in una posizione che evoca il ritorno al nulla, alla condizione primordiale di chi non ha mai trovato posto nel mondo.


La cifra cromatica dell’allestimento il giallo bruciante contro i profondi toni del blu di Prussia, dialettica visiva di tensione e malinconia rischia però in questa ripresa di perdere parte della sua forza espressiva. Il disegno luci originario, concepito per sorgenti a incandescenza, mal si adatta alle tecnologie LED oggi in uso: la resa sui costumi e sulle scene appare fredda, piatta, priva di quella gradualità calda che l’incandescenza garantiva naturalmente. Ne risulta compromessa quella morbidezza chiaroscurale che era elemento tutt’altro che decorativo nella visione di Gussmann. Una revisione profonda del disegno luci non un semplice adeguamento tecnico ma una vera rifondazione calibrata sulle nuove sorgenti sarebbe non solo auspicabile ma necessaria per restituire all’allestimento la sua piena coerenza estetica. Sul podio Lorenzo Passerini conduce una serata di luci e ombre, nel senso meno metaforico dell’espressione.


La seconda parte della recita terzo e quarto atto eseguiti in continuità, come i primi due rivela una bacchetta più sicura di sé, capace di assecondare il crescendo drammatico della partitura con maggiore fluidità e di accompagnare le voci con attenzione e sensibilità. Ma nei primi due atti il quadro è sensibilmente diverso: l’orchestra appare incerta, poco compatta, con imprecisioni che affiorano con una certa insistenza soprattutto nel reparto dei corni, e la concertazione difetta di quella trasparenza e di quella varietà timbrica senza le quali Massenet compositore che costruisce il proprio teatro proprio attraverso il continuo mutare delle sfumature armoniche e orchestrali perde la sua specificità irripetibile. Il suono complessivo tende a farsi denso, cupo, poco articolato nelle sue componenti interne; il gesto direttoriale, pur ampio e fisicamente impegnato, genera a tratti una certa confusione tra i piani sonori più che la chiarezza e la tensione teatrale che la partitura richiederebbe. Particolarmente esposta risulta la gestione del “canto di conversazione” quella sottile trama di recitativo melodico che è l’ossatura drammaturgica del teatro massenettiano che nei momenti meno riusciti scivola verso una generica continuità piuttosto che verso la varietà espressiva che quella scrittura impone.
Non mancano tuttavia pagine di qualità: il clair de lune in chiusura del primo atto, affidato agli archi, raggiunge momenti di vera poesia cameristica grazie al violino di spalla Gabriele Pieranunzi e al violoncello di Alberto Senatore, voci soliste di rara sensibilità. Da segnalare altresì l’arpa di Francesca Marini, le percussioni di Guillem Ruiz Brichs e Franco Cardaropoli e il sax di Isabella Fabbri. Puntuale, disciplinato e musicalmente incisivo come sempre il Coro di voci bianche del Teatro San Carlo diretto da Stefania Rinaldi.


Il nome di Jonas Kaufmann in locandina presente per sole due recite prima di lasciare il ruolo a Francesco Demuro ha inevitabilmente orientato le aspettative della serata. Per il tenore bavarese, Werther non è semplicemente un personaggio del repertorio: è una proiezione elettiva, quasi una consonanza temperamentale. La vocalità scura e introvertente, il colore tendente al bruno cupo, la musicalità cesellata e riflessiva tutto in lui sembrava fatto apposta per quell’eroe goethiano che Massenet trasforma in sensitivo romantico condannato dalla propria stessa sensibilità. Eppure la prova di stasera mostra con chiarezza i segni di un percorso vocale che ha raggiunto e forse superato il proprio apice. L’emissione appare affaticata, la proiezione discontinua; il timbro, un tempo di opulenza bronzea e stratificata, rivela oggi una secchezza che in certi momenti rasenta l’opacità; le arcate melodiche più sostenute vengono gestite con evidente cautela e un ricorso al falsetto nelle mezzevoci eccede le necessità espressive del personaggio. Una tecnica che è sempre stata personalissima, persino eterodossa, mostra ora le conseguenze di quella singolarità: venuto meno il surplus fisiologico che in passato la sorreggeva, certi limiti strutturali risultano più esposti.
E tuttavia Jonas Kaufmann resta un interprete di rara statura. Il suo Werther è un ritratto costruito per sottrazione scolpito nell’intenzione, nella parola, nel colore armonico della frase più che nell’ampiezza del suono e possiede una coerenza psicologica e una profondità espressiva che pochi tenori della sua generazione potrebbero eguagliare. Nei momenti più raccolti, in particolare nel finale, il fraseggio raggiunge accenti di autentica desolazione interiore. Il carisma non è una qualità che si acquista né che si perde con la voce: Kaufmann lo possiede in misura piena, e questo basta a fare della sua presenza in scena qualcosa di imprescindibile.


Molto convincente la Charlotte di Caterina Piva: voce omogenea, tecnica affidabile, fraseggio controllato e intelligente. Ma il merito maggiore dell’interprete è di ordine drammaturgico: nell’ultimo atto, senza mai rinunciare alla compostezza che il personaggio porta nel proprio DNA, riesce a far trasparire la lacerazione interiore di una donna che ha scelto il dovere sapendo esattamente a quale prezzo. Gli accenti si caricano di un’intensità autentica e il personaggio acquista quella carne emotiva che trasforma la correttezza tecnica in vera recitazione.
Tra le rivelazioni della serata o piuttosto, la conferma di una rivelazione già annunciata la Sophie di Désirée Giove, ex allieva dell’Accademia del Teatro San Carlo, già applauditissima sullo stesso palcoscenico in ruoli assai diversi per peso e scrittura: Glauce nel Medea di Cherubini, Nannetta nel Falstaff verdiano. Una voce di consistenza e luminosità rare, tecnicamente solidissima, capace di unire la freschezza naturale del timbro a una maturità espressiva che smentisce l’anagrafe. La sua Sophie evita con cura ogni accento di grazia facile o di effetto calcolato: ne emerge invece un personaggio vivo, teatralmente credibile, musicalmente cesellato con finezza. Ogni suo intervento illumina la scena con una qualità di suono e di presenza che scalda il pubblico e lascia il segno.
Nel versante maschile, la prestazione più autorevole e compiuta della serata è quella di Sergio Vitale nei panni del Bailli. Baritono di vocalità brunita e ben proiettata, dotato di una presenza scenica naturalmente imponente, Vitale plasma il borgomastro padre di Charlotte, custode involontario del destino di Werther con una precisione musicale e una rotondità espressiva che vanno ben al di là della funzione di supporto che la parte formalmente ricopre. Ogni sua frase ha peso, colore, intenzione: è uno di quegli interpreti che trasformano un ruolo secondario in un momento di autentico teatro lirico, e la sua presenza contribuisce in misura significativa alla tenuta drammaturgica della serata. Solido e in crescita nel corso della recita l’Albert di Lodovico Filippo Ravizza, baritono di buon timbro e presenza adeguata; più diseguali, e talora bisognosi di maggiore cura nella rifinitura musicale e nella definizione della linea di canto, gli interventi di Roberto Covatta (Schmidt), Maurizio Bove (Johann), Vasco Maria Vagnoli (Brühlmann) e Sabrina Vitolo (Kätchen).
Al termine, circa dieci minuti di applausi prolungati e convinti salutano una serata che — con tutti i suoi chiaroscuri — ha saputo restituire al repertorio massenettiano la centralità che merita. Punte trionfali per Kaufmann, per Désirée Giove e per Sergio Vitale: giustizia del pubblico, nell’accezione più piena del termine.
Articolo di Luca De Lorenzo
Ph. Luciano Romano