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La ragazza nella nebbia: riflessioni socio-criminologiche del thriller

Adriano Russo

Adriano Russo

Sociologo, specializzato in criminologia critica, prevenzione e sicurezza sociale. Docente, formatore e progettista in ambito sociale e nei servizi integrati, adotta un approccio umanistico e sociologico nella scrittura e nella progettazione. "Credo nella trasparenza degli animi e delle coscienze".

Nel presente articolo viene analizzato il film di Donato Carrisi, dai forti risvolti socio-criminologici che merita attenzione e riflessione per la sua capacità di coinvolgere e scuotere tanto gli spettatori quanto gli esperti del settore

La trama del film:  La ragazza nella nebbia (2017) , regia di Donato Carrisi

La ragazza nella nebbia è un thriller noir diretto da Donato Carrisi, tratto dall’omonimo romanzo da lui scritto e ambientato in una immaginaria cittadina di montagna, Avechot. Si tratta di una tranquilla realtà comunitaria, di forte tradizione religiosa, dove tutti conoscono tutti. All’improvviso questa tranquillità viene turbata dalla sparizione di una adolescente di sedici anni, Anna Lou, (Ekaterina Buscemi) in un pomeriggio nebbioso della vigilia di natale. A condurre le indagini, il commissario Vogel (Toni Servillo) già noto a tutti nel panorama nazionale della cronaca nera perché si è occupato in passato di casi di omicidio di forte risonanza mediatica, quel genere di casi che alimentano fortemente l’immaginario collettivo sulla questione criminale. Fra gli altri protagonisti principali un insegnante di letteratura, il professor Martini (Alessio Boni), vicino di casa di Anna Lou e maggiore indiziato della sua scomparsa e lo psichiatra Augusto Flores (Jean Reno) che cerca di fare luce sul caso interrogando a posteriori Vogel, in un lungo colloquio nel corso del quale ha inizio la narrazione dell’intera trama del film.

Spettacolarizzazione mediatica dell’evento criminale

Il commissario Vogel si presenta come una personalità cinica ed egocentrica che ha come obiettivo principale quello di attirare l’attenzione su di sé e di rendere famosi ed eclatanti i casi di cui si occupa. La sua più alta aspirazione è, infatti, quella di difendere e rafforzare la sua prestigiosa reputazione e la sua fama indiscussa di detective impeccabile. Per questo si serve di aneddoti strategici che suscitano il richiamo e l’interesse dei media e della stampa creando un’audience tale da dare inizio al set di un avvincente poliziesco di cui lui stesso è protagonista. Lo scopo è alimentare la costruzione dello scenario ideale di una spettacolarizzazione mediatica che riguarda la scomparsa e il presunto omicidio di una giovane ragazza in un paesino sconosciuto e sperduto tra le montagne. Il ruolo dei media rappresenta il primo aspetto rilevante del thriller di Carrisi, in quanto elemento decisivo nella conduzione e nella contrattazione delle trame, dei ruoli degli attori criminali e nella percezione dell’evento criminale da parte della collettività. Di questo il protagonista Vogel ne è senz’altro consapevole e, infatti, mette in atto un agire strategico e strumentale che pare essere di primaria importanza rispetto alla ricerca e al raggiungimento della giustizia e della verità stessa. Perché, come afferma con spregiudicatezza Vogel, “se non esiste ancora un colpevole del caso allora bisogna crearselo da sé, perché questo è ciò che vogliono le persone, è ciò che realmente le appassiona e soprattutto è ciò che serve per essere sempre in prima pagina”.

Processi di etichettamento e stigmatizzazione della realtà sociale

Il sospettato principale è un timido e tenebroso professor Martini della scuola di Avechot. Secondo quanto afferma Martini in una delle sue lezioni, il male e la violenza sono qualcosa che attrae fortemente le persone e rappresentano quindi la chiave del successo per la stesura di un romanzo, nonchè un mezzo per il raggiungimento della fama, del potere, del danaro e della notorietà. Contro di lui si sviluppa un processo di criminalizzazione che ha i suoi effetti immediati sia per l’enfasi mediatica che per la stigmatizzazione che subisce da parte dell’intera comunità.  Il regista Carrisi è abile nel mettere in luce l’importanza di questa configurazione. Il sospettato diviene già colpevole nel momento in cui si produce un contesto di senso reale e autentico per gli attori e spettatori della vicenda criminale di riferimento. Un contesto di senso che diventa reale anche nelle sue conseguenze, per effetto della condivisione simbolica collettiva del nemico da combattere.  Ciò soltanto fino al prossimo colpo di scena, quando l’emergere di nuovi importanti indizi fa pensare all’esistenza di un nuovo presunto colpevole. Il mostro è adesso un omicida seriale che aveva provocato la sparizione di altre ragazze nella cittadina una trentina di anni prima. Le scoperte emerse e diffuse dai media generano nella comunità una nuova definizione della situazione che va a scagionare il professor Martini. L’enigma sembra risolto ma in realtà nulla è ciò che sembra.

Ombre e luci

Sono proprio le aspettative legate ai passaggi cruciali e rivelatori ad essere però i punti deboli del racconto del film anche se i suoi contenuti racchiudono, come detto, brillanti e suggestivi spunti di interpretazione e di osservazione. Carrisi è carente nell’enfasi poco avvincente e poco entusiasmante che dovrebbe, invece, illuminare i momenti di suspense e di effetto sorpresa. Il regista non convince neanche nella regolamentazione del collante e delle tempistiche che riguardano la connessione fra le diverse scene e frequenze del thriller. Sicuramente più credibile e trionfante appare, invece, la scelta di Servillo nel ruolo del commissario Vogel, è lui ad alimentare il tessuto vitale del thriller fino all’ultimo significativo spunto di riflessione .

Strategie e giochi di ruolo dell’identità criminale

Secondo Vogel ogni assassino compie vari e diversi errori durante un omicidio, ma uno di questi è compiuto volontariamente, è voluto proprio perché rappresenta la firma che legittima la prova della sua esistenza.  La prova dell’esistenza del diavolo è un elemento necessario affinché la gente possa credere veramente in lui, afferma Vogel, è semplicemente una questione di vanità. La vanità, dunque, è la chiave di svolta capace di svelare indizi e prove decisive sulla reale identità dell’assassino. Un’identità criminale che si nutre della passione e della perversione per l’orrido, per il malvagio, una malvagità che si svela brutalmente nella descrizione conclusiva della modalità del compimento dell’atto criminale.  Una condotta criminale “razionale e malvagia” contornata da strategie comunicative e giochi di ruolo che caratterizzano i personaggi emblematici del thriller di Carrisi. Tra questi c’è anche l’insospettabile dottor Flores, il quale nasconde pesanti scheletri nell’armadio svelati nel finale del film. Poco incisivo e poco intenso a questo proposito il ruolo di Jean Reno nei panni dello psichiatra della zona, isolato e un po’ in ombra, come se si fosse smarrito nella nebbia di Avechot.

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