L’amore ai tempi degli antichi romani
Amori e scandali nella Roma repubblicana e imperiale
Febbraio è da sempre il mese dell’amore. Ma cosa era l’amore per gli antichi romani? In età repubblicana la vita amorosa dei romani non era sicuramente vivace: il mondo femminile era fatto solo da mogli integerrime e dedite solo al marito e alla famiglia, meritevoli “solo” di aver generato figli per la patria. Il livello di moralità era altissimo: celeberrimo è il caso del questore e tribuno della plebe Catone che, un giorno, fu capace di espellere dal Senato un uomo rispettabilissimo soltanto perché aveva osato baciare la moglie in presenza della loro figlia. Ma anche gli uomini più rispettabili e strenui difensori della morale sociale potevano cadere in tentazione: lo stesso Catone, divenuto ormai vecchio e vedovo, finì per innamorarsi di una giovane, figlia di uno dei suoi segretari, che alla fine, nonostante la grande differenza di età, sposò.
Tutto cambiò poi nell’ultimo periodo della Repubblica, quasi agli inizi del periodo imperiale: nelle commedie di Plauto, per la prima volta, entravano in scena giovani “passionali” insieme a personaggi anziani e dissoluti. Anche le classi sociali più umili cominciarono a manifestare apertamente i loro sentimenti senza dover sottostare alla morale antica. Di grande esempio sono i graffiti pompeiani (immagine 1), rimasti per secoli preservati sotto cumuli di ceneri, nei quali ci vengono mostrate alcune frasi amorose alcune più “spinte” altre più delicate.
Grazie a questo graffito è giunto fino a noi il documento d’amore più bello dell’antica Roma, quasi una poesia anche se è purtroppo incompleta. Tra l’altro vi si legge un delizioso errore uno iamus, “andiamo”, usato al posto del corretto “eamus” che ci mette di fronte al diretto antenato del napoletano “iamme!”: tanto per non scordare che Pompei è in Campania…
Il testo dice: “Se pure tu sentissi le fiamme d’amore, mulattiere,/ ti affretteresti di più, per vedere Venere. / Io amo un giovane delizioso: ti prego, sprona i muli e andiamo. / Hai bevuto ormai: andiamo, impugna le redini e scuòtile; / portami giù a Pompei, dove dolce è l’amore. / Tu sei il mio…“
Per Ovidio l’amore era una vera e propria arte. La sua l’opera più celebre, proprio sul tema dell’amore, si intitola “L’arte di amare” e l’autore, tra le altre cose, in questo testo, elargiva dei veri e propri consigli agli uomini su come poter corteggiare e quindi conquistare l’oggetto del proprio amore. Ma evidentemente Ovidio andò oltre la morale comune e finì per essere bandito da Augusto anche se non aveva fatto altro che descrivere ciò che accadeva quotidianamente a Roma da quando, dopo le conquiste dell’oriente, erano giunti in città profumi, aromi, merce di lusso e cosmetici che avevano portato ad un grande cambiamento nel mondo femminile che ora era libero di sperimentare il potere della seduzione.
Alla graduale emancipazione della donna, che ovviamente in una società maschilista come quella romana non fu mai vista di buon occhio, segui di pari passo un modo più spregiudicato di vivere l’amore. Il foro romano si era da sempre prestato per essere un luogo adatto all’amore poiché, all’ombra dei portici, sbocciavano molte passioni. Mentre le prostitute ovvero le “fornicatrici” vendevano i propri corpi per l’amore occasionale, al riparo nei “fornici” di luoghi come Colosseo o Circo Massimo.
Una delle storie d’amore più belle dell’epoca imperiale è quella che c’è stata fra Augusto, il primo imperatore e Livia Drusilla (immagine 2) . Quando i due si incontrarono, alcune fonti riportano che ciò accadde ad una festa patrizia, Livia aveva solo 19 anni ma era già sposata ed incinta del suo secondo figlio, Druso. Si dice sia bastato solo uno sguardo fra i due e scattò un vero e proprio colpo di fulmine. Augusto però, a sua volta, era già sposato con Scribonia anche lei incinta. Lo scandalo fu inevitabile quando i due amanti furono visti alzarsi durante un banchetto e appartarsi in una camera da letto…
Augusto alla fine decise di ripudiare sua moglie Scribonia. Si recò dal marito di Livia, Tiberio Claudio Nerone, e gli comunicò, in modo semplicemente disarmante, che avrebbe sposato sua moglie. Tiberio dal canto suo, al cospetto dell’imperatore, acconsentì senza colpo ferire a divorziare, evidentemente anche dopo aver ottenuto una lauta ricompensa “risarcitoria”. Esattamente 9 mesi dopo il divorzio tra Livia e il suo primo marito, lei sposò Augusto e nello stesso giorno diede alla luce la loro prima figlia Giulia. Curiosità: il primo marito di Livia partecipo alle nozze come un semplice invitato…
Nonostante questo inizio di vita coniugale molto rocambolesca il matrimonio tra Livia e Augusto si basò sempre su amore autentico e duraturo tanto che i due trascorsero insieme ben 52 anni. Un piccolo segreto sulla longevità di questo matrimonio si trova sul colle Palatino dove, ancora oggi, è possibile accedere alla casa di Livia e poco distante a quella di Augusto: insomma, i due coniugi vivevano pacificamente in due case separate e si incontravano quando lo desideravano.
Ma ancor prima di Livia e Augusto c’era stato lo scandalo di Cesare e sua moglie Pompea. Probabilmente a causa delle continue assenze di Cesare, sempre impegnato in questioni di politica o di guerra, Pompea aveva deciso di tradire il marito con il giovane Clodio Pulcher, il quale pur di stare con la sua amante, un giorno si travestì con abiti femminili e si intrufolò di nascosto alla festa della Bona Dea, che era riservata alle sole donne.
Ma il giovane fu scoperto e il giorno seguente tutta Roma rumoreggiava su ciò che era scandalosamente accaduto. La voce dello scandalo arrivò anche all’orecchio di Cesare che, senza perdere la calma, ripudiò subito la moglie Pompea evitando però di punire in qualche modo anche Clodio. Si aprì in seguito una causa di divorzio e quindi Cesare fu chiamato a testimoniare. I giudici chiesero al dittatore come mai non avesse inflitto nessuna punizione contro il giovane Clodio, ma Cesare disse di non essere a conoscenza di nulla di ciò che era accaduto. I giudici allora, sempre più incuriositi, controbatterono chiedendo come mai avesse allora avesse ripudiato Pompea e Cesare allora rispose “tutti i miei parenti devono essere esenti tanto da sospetti quanto da colpe…”, ovvero non era necessario comprovare la colpa bastava il solo sospetto per essere allontanati da lui.
Ma in realtà anche lo stesso Cesare era un grande conquistatore, celebre è infatti il suo rapporto con Cleopatra, dalla cui relazione nacque Cesarione. A Roma però, i detrattori di Cesare, facevano circolare voci insistenti sulla omosessualità del dittatore stesso. Il retore Curione, in un celebre discorso, definì Giulio Cesare “il marito di tutte le donne e la moglie di tutti gli uomini…”
Nonostante tutti i pettegolezzi siamo certi però che è l’unica donna che Cesare amò per tutta la sua vita si chiamava Servilia: non la sposò mai perché lei era troppo “matura” e non avrebbe potuto dargli dei figli ma, ironia del destino, lei aveva avuto, da relazioni precedenti dei figli e uno di questi era Bruto che, nelle celeberrime idi di marzo del 44 a.C., finì per pugnalare a morte Cesare in campo Marzio…
Articolo a cura di Alessandra Avagliano
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