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Saviano denuncia: Lo sport giovanile distrugge i bambini in nome del successo

La Redazione

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Autore di +Plus! Magazine

Un sistema sportivo che spinge i bambini all’agonismo già in tenera età rischia di compromettere per sempre il loro equilibrio fisico e psicologico. Il delegato del CONI di Avellino, Giuseppe Saviano, lancia un appello per fermare quella che definisce un’epidemia silenziosa.

In un’epoca dominata dall’urgenza di ottenere risultati rapidi, anche lo sport giovanile sembra aver perso la propria vocazione educativa. I bambini, sempre più spesso, vengono trattati come atleti professionisti già dai cinque anni, immersi in percorsi di allenamento e competizione che ne ignorano la naturale fase di sviluppo. A lanciare l’allarme è Giuseppe Saviano, delegato provinciale del CONI di Avellino, che definisce questo fenomeno come una forma di “doping silenzioso”, un’abitudine tanto diffusa quanto pericolosa.

Secondo Saviano, la specializzazione sportiva precoce – ovvero l’indirizzamento di bambini molto piccoli verso una disciplina specifica, con allenamenti intensivi e obiettivi prestazionali – sta causando gravi conseguenze, spesso irreversibili: infortuni ricorrenti, stress psicofisico e un progressivo allontanamento dallo sport in età adolescenziale.

Giuseppe Saviano

Pressioni eccessive, talento frainteso

«A sei o sette anni non si può parlare di talento, ma solo della capacità momentanea di sopportare carichi di lavoro inadeguati per l’età», afferma Saviano. L’apparente superiorità di alcuni giovani rispetto ai coetanei non sarebbe dunque indice di reale potenziale sportivo, ma il risultato di una forzatura che mina le basi dello sviluppo motorio e cognitivo.

Queste dinamiche non coinvolgono solo gli allenatori, spesso in cerca di risultati da esibire, ma anche le famiglie. I genitori – spiega Saviano – finiscono per proiettare sulle carriere sportive dei figli aspettative personali o sogni mai realizzati, ignorando i tempi fisiologici della crescita.

Una realtà lontana dalle linee guida

Le federazioni sportive consentono formalmente l’ingresso nei circuiti giovanili già a partire dai cinque anni, ma le indicazioni ufficiali sono chiare: ogni attività dovrebbe essere calibrata sul singolo bambino, rispettando i ritmi individuali e promuovendo il gioco piuttosto che la competizione. Tuttavia, la realtà nei centri sportivi racconta un’altra storia: quella di un sistema dove la fretta di produrre risultati schiaccia la logica della formazione.

Il sovraccarico non si limita agli allenamenti in campo. Anche al di fuori delle strutture sportive, i giovani sono spesso sottoposti a impegni e pressioni che generano microtraumi fisici, problemi articolari, ricadute frequenti e, nei casi peggiori, danni neurologici. Spesso i tempi di recupero vengono ignorati, alimentando un ciclo vizioso che conduce a un ritiro precoce dalla pratica sportiva.

Un modello da ripensare

Saviano sottolinea l’urgenza di riformare la cultura dello sport giovanile, introducendo un approccio basato sulla gradualità, sull’ascolto del corpo e sull’individualizzazione dei percorsi. «Ogni bambino cresce con tempi propri, non esistono schemi validi per tutti. Eppure questa verità, semplice e scientificamente fondata, viene sistematicamente ignorata», afferma il delegato del CONI.

A complicare ulteriormente la situazione sono le logiche di mercato: la visibilità precoce di giovani talenti è sempre più ambita da sponsor e società, che spesso vedono nei bambini un’opportunità commerciale prima che un soggetto da tutelare.

L’Italia tra talento naturale e carenze sistemiche

Nonostante queste criticità, l’Italia continua a ottenere risultati significativi nello sport internazionale. Ma, secondo Saviano, si tratta più di un miracolo legato al talento naturale che non al frutto di un sistema strutturato. «Se si iniziasse a lavorare seriamente già dai tre o quattro anni sullo sviluppo motorio di base, in un’ottica educativa e non agonistica, potremmo ottenere risultati ancora più solidi e duraturi», osserva.

Tuttavia, molti ragazzi arrivano alle scuole medie senza aver acquisito neppure le competenze motorie più elementari, come correre o saltare correttamente. Un segnale preoccupante che dovrebbe indurre a riflettere sulla qualità dell’educazione fisica e sul ruolo delle istituzioni scolastiche e sportive.

Lo sport come strumento di crescita, non di consumo

In conclusione, lo sport non dovrebbe trasformarsi in una corsa al successo precoce, ma rimanere un’esperienza formativa, capace di promuovere salute, socializzazione e crescita armoniosa. «La parola fitness – ricorda Saviano – significa benessere. Ma che tipo di benessere stiamo garantendo se i nostri metodi causano disagi psicologici e problemi fisici nei bambini?»

Una domanda che interroga non solo gli operatori del settore, ma l’intera società. Perché lo sport giovanile non può e non deve essere un laboratorio di frustrazioni adultistiche, ma un luogo sicuro dove i giovani possano scoprire sé stessi, con i propri tempi, senza dover pagare il prezzo di sogni che non gli appartengono.

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